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giovedì 7 febbraio 2013
LA LISTA DELLA SPESA
La velocità con cui Sabrina muove le sue dita smaltate sulla tastiera digitale del suo smartphone ha dell'incredibile. Ha polpastrelli leggeri, falangi affusolate, la pelle tesa e rosea da adolescente, e nonostante i quindici millimetri abbondanti di unghie perfette, sfiora con sicurezza le lettere del quadro, mozzando le parole di tanto in tanto, come vuole il costume della new generation. Lei è sdraiata sul divano, la schiena appoggiata su una montagna di cuscini, mentre io sono in cucina che la guardo, mentre sbatto delle uova in una ciotola.
- Ti va la frittata?
- Eh?
Non mi ha sentito. È completamente assorbita dalle sue chat multiple. Sorrido, perché la capisco... e forse un giorno capirà anche lei.
- Dicevo, ti va una frittata?
- Si, okay papà...
Com'è che è cresciuta così in fretta? La domanda me la pongo ormai ogni giorno. È una domanda che mi fa sentire sciocco, ma che non posso fare a meno di chiedermi. Un giorno è in camera sua circondata dalle Wings, e il giorno dopo la vedo mano nella mano con Gabriele, il suo primo ragazzo. Tutto regolare, come da copione.
L'uovo sfrigola nella padella... ci ho aggiunto anche delle strisce di prosciutto, poi spolvero un po' di parmigiano...
- Dai, vieni che è pronta...
Lei si siede davanti a me e tiene ancora in mano il suo telefonino.
- Che ne dici di concederci dieci minuti senza tecnologia, solo noi due e la frittata? - propongo, guardandola con un sorriso.
- Si, aspetta che saluto Gabri... - E si mette a scegliere l'emoticon più adatta; un orsacchiotto pronto all'abbraccio.
Il pranzo del giovedì lo passiamo sempre insieme. Lei esce prima da scuola, il piccolo Samuele fa il tempo pieno ed io ho il mio giorno libero; così vuole la routine, e a me la cosa piace da matti.
- Ti ricordi vero che devi andare a prendere Samuele nel pomeriggio. Mamma è in palestra fino alle cinque...
- Si, certo... tranquillo...
- Beh, lo sai che sono sempre tranquillo...
- Anche troppo direi...
Sorrido, lei sorride, il sole entra con forza dalla finestra e la primavera è a meno di una settimana da noi. Il quadro è praticamente idilliaco...
- Senti, ma te e mamma... insomma... quando vi siete accorti di essere innamorati?
La domanda è inaspettata, ma da un po' di tempo non ho più bisogno di pensare alle giuste risposte. Mi vengono alla bocca da sole. Dev'essere per via della quiete...
- Beh, quasi subito... un paio di settimane credo...
- Ah... e quindi sapevate già che eravate fatti l'una per l'altra...
- Oh, certamente... lo credevamo con tutti noi stessi...
- Davvero?
- Certo... ma avevamo torto, ovviamente.
Lei mi guarda arricciando le sopracciglia. Crede che stia scherzando, ma io sorrido sornione... la voglio prendere al l'amo questa volta.
- Che vuoi dire?
- Vedi, bisogna fare una bella distinzione tra l'innamoramento e il vero amore. In realtà si trovano agli opposti...
- Ovvero?
- Di solito è proprio quando ti disinnamori di qualcuno che hai la grande opportunità di sapere che cos'è il vero amore. Il passaggio in realtà è quasi obbligato. Prima ti innamori, poi la passione finisce e finalmente vedi l'altro per quello che è in realtà, non più il mezzo per soddisfare i tuoi desideri, ma la persona che è. E amare significa proprio questo: vedere la realtà.
- Non credo di aver capito...
- Ma certo che no... Vedi, si dice che l'amore sia cieco. In realtà è l'innamoramento che è cieco, mentre l'amore ci vede benissimo...
- Ma quando la passione finisce l'amore finisce... non è così?
- No, subentra semplicemente un nuovo desiderio da colmare, e quando lasci che la tua felicità dipenda dal soddisfacimento dei tuoi desideri, questi diventano la tua droga.
- Scusa, ma che c'è di male ad innamorasi? Ad esempio, Gabriele è davvero fantastico, te lo conosci ormai... è simpatico, tranquillo, non si monta la testa come tanti cretini, e poi è un sognatore... te stravedi per i sognatori...
- Lo sai cosa hai appena fatto? Hai illustrato la tua lista per la spesa...
- Cosa?
- Simpatico, tranquillo, umile, sognatore... questa è la tua lista per la spesa. Esci la mattina, vai a scuola, chiacchieri con gli amici, e se trovi qualcuno che soddisfa la tua lista (e magari è anche carino), allora ecco che te ne innamori. Però il tempo passa, le persone cambiano, ma soprattutto i desideri, ovvero le liste per la spesa, cambiano, e dopo un po' vedi quella persona che credevi Mister Perfect per quello che è in realtà. E quello è il vero amore.
- Quindi secondo te per amare realmente Gabri dovrei disinnamorarmi?
- Beh, più o meno...
Lei mi guarda con due occhioni carichi di mascara. So esattamente cosa sta pensando: “papà, smettila di dire cavolate!!!” Allora sorrido e le dico: - Finisci la frittata e non ci pensare. Ne avrai di tempo per capire...
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lunedì 20 settembre 2010
PESCAIA SULL'ARNO

Non volevo dimostrare niente a nessuno, mi sono detto, ma mentivo. Ho lavorato quindici anni sottoposto dando sempre il meglio di me, ma se ne sono accorti in pochi. Con la scusa del destino si fanno le scelte più strampalate. Sono i film americani che ci fanno sognare, che ci fanno sentire monchi senza i sogni, ma per ogni sogno realizzato ve ne sono mille che vanno in fumo. Un gioco d'azzardo, ecco che cos'è questa vita...
L'azienda è stata il buco nell'acqua più grosso, ma ormai il peggio è passato, sono rimasti solo gli strascichi del fallimento. Anche i creditori se ne stanno facendo una ragione. Mi hanno preso tutto, che non era molto, ma era comunque tutto quello che avevo. Il problema è solo uno: ripartire. Gli amici mi dicono che sono ancora giovane, ma non è facile a quarantacinque anni e con la crisi in corso. Preferisco venire giù in pescaia che prendere l'autobus per andare all'ufficio di collocamento. Quando sono qui spengo anche il telefonino. Di colpo mi sento irraggiungibile, come un palloncino nel vento. Libero? Si, forse è proprio così che mi sento.
L'impatto con la natura ti richiama alla realtà, quella vera, non quella fatta di strade e di palazzi. Non le bollette da pagare, l'assicurazione dell'auto o l'affitto. Quelli sono solo specchietti per le allodole. La realtà è qui, nel gorgoglio di un rigagnolo che si getta nel grande fiume, nello scintillio del dorso di una nutria che appare d'improvviso sulla superficie dell'acqua, nei frinii delle cicale sugli alberi. L'asfalto della città ci nasconde la verità. Ecco perché vengo quaggiù quando le cose non vanno per il verso giusto, ma appena la sigaretta finisce mi prende sempre una strana inquietudine. Così mi metto a cercare delle pietre piatte da far rimbalzare sull'acqua. Vado avanti finché ne trovo, poi mi decido a risalire verso casa.
L'inganno ha molti veli. Scostare il primo è roba da ragazzi, rimuoverli tutti è il segreto di una vita.
sabato 28 agosto 2010
IL FARO

Quel sabato pomeriggio presi la macchina e andai al faro. Non sapevo che mi ero diretto laggiù fino a quando non lo vidi spuntare da dietro la collina. Gli eventi più recenti avevano innescato il pilota automatico, un sistema difensivo notevole se si pensa a quanta gente distratta circola per le strade oggigiorno. Ma col pilota automatico inserito puoi fare chilometri ad andatura lenta, con la radio in sottofondo che ti sputa addosso i vecchi pezzi di Sanremo, e star sicuro che non ti succederà niente. Parcheggiai, spensi il motore e rimasi fermo dentro l'abitacolo ad osservare il faro. Era la volta dei Matia Bazar, così lasciai finire la canzone per prendere tempo. Non avevo la minima idea di quello che avrei fatto.
Era finita? Non era finita? Chi poteva dirlo. Claudia mi aveva detto che non mi voleva più vedere, ma chissà che cosa voleva dire in realtà. Le donne parlano con la pancia, un linguaggio adatto a chi ascolta con il cuore, ed io per troppo tempo ho ascoltato solo con le mie orecchie. È più facile imparare che disimparare, cantava Paul Simon...
Al faro ci andammo la scorsa primavera. Fu bello perché c'era un vento terribile e sulla spiaggia eravamo solo noi e due ragazzi che cercavano inutilmente di far volare un'aquilone, ma con quel maestrale non c'era proprio verso. Lei si stringeva nel giacchetto di pelle mentre io mi facevo spettinare la chioma e annusavo il sale. Parlammo poco, ascoltammo il vento, poi andammo a prendere un caffè al bar del paese. “C'è un albergo nei dintorni?” domandai al barista. Lui m'indicò la strada per la statale e disse che ad appena dieci minuti c'era l'Hotel Faro, ovviamente. Passammo la notte laggiù, e il vento si trasformò in tempesta, e la tempesta ci fece amare più del solito.
I Matia Bazar lasciarono il posto a Ron. Mi decisi a spegnere la radio e fare due passi. Anche quel giorno c'era poca gente sulla spiaggia, benché si stesse bene al sole, ma era ormai novembre e la bella stagione era solo un ricordo. C'era anche il vento, ma era diverso, non come quello di qualche mese prima. Era un vento più freddo, più cattivo, il promemoria dell'inverno alle porte.
Mi accesi una sigaretta. Era la prima in un mese. Non che avessi smesso di fumare, è che io fumo così, quando mi va. A volte mi finisco un pacchetto in una sera e poi faccio passare una settimana prima di riaccenderne una. Non ho mai sofferto la dipendenza da nicotina. Non mi piace essere dipendente da qualcosa o da qualcuno. Forse era proprio per questo motivo che Claudia non voleva più vedermi.
Mi avvicinai al faro fino a una staccionata di legno che ne delimitava la proprietà. Mi ci appoggiai e finii la sigaretta. All'orizzonte un peschereccio seguiva lentamente una barca a vela. I gabbiani volteggiavano nel cielo in disegni random.
Perché sentiamo il bisogno di dare un significato ai luoghi? Forse perché li infestiamo con i nostri spettri... Il fantasma del mio amore per Claudia fluttuava dietro una feritoia del faro. Non mi girai a guardarlo, ma sapevo che era lì. Il cellulare vibrò nella tasca dei miei jeans avvertendomi di un sms. “Ti odio!” c'era scritto. Fu allora che capii. Poi le lacrime iniziarono a rigarmi le guance ed il vento non riuscì ad asciugarmele.
Perché sentiamo il bisogno di dare un significato ai luoghi? Forse perché li infestiamo con i nostri spettri... Il fantasma del mio amore per Claudia fluttuava dietro una feritoia del faro. Non mi girai a guardarlo, ma sapevo che era lì. Il cellulare vibrò nella tasca dei miei jeans avvertendomi di un sms. “Ti odio!” c'era scritto. Fu allora che capii. Poi le lacrime iniziarono a rigarmi le guance ed il vento non riuscì ad asciugarmele.
domenica 1 agosto 2010
IL RISVEGLIO
di GM Willo e Morgendurf
Dm-.à/&00kPr 2OProvòP=?rova Prova... ecco, forse ci siamo. Ci riesco. Riesco a formare i caratteri sullo schermo proiettando la mente fuori dal mio corpo. Non so come sia possibile, ma è esattamente così. Se mi state leggendo, sappiate che il mio nome è Libero Valenti, che sono in stato vegetativo da oltre quindici anni e che mi trovo nella mia stanza da letto in un appartamento alla periferia di Roma. Avevo trentasette anni quando un furgone della Iveco si dimenticò di darmi la precedenza e mi scaraventò insieme alla bicicletta sul freddo asfalto del marciapiede. La mia testa andò a colpire il lampione d'acciaio e le luci si spensero. Sono rimaste spente per quindici lunghi anni, ma se guardo indietro mi sembrano trascorsi solo alcuni frammenti di secondo. Ricordo benissimo le carezze del vento d'aprile sulla pelle, mentre pedalavo verso casa. All'epoca la mia famiglia abitava vicino al centro. Ne è passato di tempo, eppure mia moglie mi tiene ancora vicino, e i miei figli ormai grandi si affacciano ogni tanto dalla porta della mia camera, che per buona parte è invasa dagli strani macchinari che mi tengono in vita, e mi sorridono riconoscendomi a stento. Erano solo dei bambini all'epoca dell'incidente.
Ma non voglio divagare. Non so per quanto tempo mi sarà concesso questo dono. Credo anzi che questo mio parziale risveglio sia il segno della tanto agognata morte. Ma c'è un motivo se questi poteri sono venuti a me. Ho un destino da compiere, ed è anche quello di raccontarvi questa storia.
Le prime immagini mi sono arrivate tre giorni fa, o così credo. Difficile immaginarsi lo scorrere del tempo in questa mia condizione. Ma le scene che mi arrivavano provenivano dall'esterno, e dai primi flashback fino a adesso sono riuscito a contare due notti e tre giorni. Da quel momento, l'istante del mio bizzarro risveglio, le mie percezioni sono diventate più forti e precise. Il monitor alla mia destra non rileva alcuna attività celebrale, e la scatoletta dentro la quale sono rinchiuso è completamente fuori controllo. Non riesco neanche a muovere una palpebra. Eppure posso proiettare la mia vista fuori da questa stanza, addirittura oltre la finestra e fin dentro alle case dei vicini e al parco sei piani più sotto. Insieme alla vista sono riuscito ad affinare anche l'udito, e adesso sono addirittura capace di inviare degli impulsi al portatile di mia moglie, che giace acceso sul tavolo del salotto. Lei è uscita per delle commissioni e si è dimenticata di spegnerlo. Ma non ho molto tempo. Devo raccontare...
E non vi racconto di come sto qui disteso, quello lo sanno tutti, basta venire qui o leggere i giornali, ci sono state persone più famose di me che hanno passato quello che sto passando io e ne hanno parlato e sparlato, per cui tutti sapete come ci si possa trovare in questa situazione. Ma è una cosa strana, assurda, quella che mi è accaduta, e non voglio che nessuno lo sappia, perché farebbe di me un caso scientifico: mi trasferirebbero in un centro per studiarmi, scandagliarmi, provare su di me farmaci, non voglio che qualcuno strumentalizzi questa mia condizione per un suo tornaconto. Tutto sommato, mi trovo qui segregato da un tempo infinito, schiavo di tutto e di tutti per poter vivere, e adesso invece sono nella totale libertà di esprimermi come meglio credo, scevro da imposizioni e condizionamenti. In queste lunghe ore ho ascoltato i racconti di tutti, da quelli dei miei familiari, a quelli dei vicini di casa, del pizzicagnolo qui sotto, del farmacista all’angolo. Quello che dicono le donne da Bruno, il parrucchiere, farebbe venire i capelli dritti ai loro mariti, o forse glieli farebbero cadere, tanto, il resto, è già caduto, decaduto, decomposto. Incredibile, riesco anche ad essere ironico.
Ma quello che mi ha letteralmente spiazzato, al di là di ascoltare le voci, i suoni, i rumori, di sentire l’odore del ragù o delle verze in padella, è di riuscire anche a captare i pensieri delle persone. Ciò che ho scoperto è qualcosa di sorprendente, sconvolgente, a volte. Sono riuscito anche a sentire i pensieri di mia moglie. Oh, sì, mi vuole bene, come lo si vorrebbe ad un fratello, è una sorta di vedova bianca agli occhi di tutti, parenti, amici, condomini. Giusto ieri sera l’ho beccata che pensava a Guido. Chi è Guido?
Beh, il destino ha proprio il senso dell'umorismo...
Guido è il proprietario del furgoncino dell'Iveco, proprio quello che mi ha messo in questa situazione. Certo, il furgoncino non c'è l'ha più. Adesso viaggia su una Focus di seconda mano, non fa più il corriere ed ha aperto invece una piccola mesticheria, perché era il suo sogno. Gli affari non vanno benissimo ma a lui non importa, perché è una persona che si accontenta di poco. Come faccio a saperlo? Facile, viene da me ogni giorno, subito dopo aver chiuso il negozio, e in quindici anni non è mai mancato, se non quando stava davvero male. Si siede al bordo del letto, chiede a mia moglie di lasciare la stanza e mi racconta della sua giornata, che immagino sia più o meno sempre la stessa. In definitiva l'ho ascoltato solamente due volte, ovvero da quando mi sono risvegliato. Però so che è così, perché gliel'ho letto negli occhi o nella testa. Forse un tempo era il senso di colpa che lo portava a compiere questo rituale, ma dopo tutti questi anni ormai quello non esiste più. Le sue visite fanno semplicemente parte della sua compulsiva quotidianità. L'incidente lo ha reso più infermo di me. Si è escluso tutto nella vita, l'amore, il successo, il piacere, con la scusa della mesticheria. A volte la vita è proprio strana...
Talmente strana che chi mi stava per ammazzare, fa parte della mia vita, della mia famiglia. In effetti lui mi ha ucciso perché, se anche il mio cuore pulsa, io non sono vivo come lui, come tutti. La mia non è vita. Io non corro, non rido, non piango, non scopo. Proprio ieri sera ci pensavo, a quanto mi piaceva scopare. Vabbè, mi piacevano talmente tante cose che ora non faccio più, una più una meno, non mi cambia la vita. E dai, sempre questa parola che torna, che ricorre, che ripeto, che mi ripetono, che sento dire, che ascolto. Vita.
Comunque si è creata una situazione buffa, che ha qualcosa di grottesco. Guido, alla fine, diverrà mio consuocero. Già, perché sua figlia, fra qualche mese, si sposerà col maggiore dei miei. Ho anche scoperto che è incinta; lei ed io siamo gli unici a saperlo. Dai, non chiedetevi come è successo, conoscete già la risposta. Diventerò nonno.
Così la mia vita, interrotta tanti anni fa, continuerà, tramite mio figlio, con lei ed in lei. Ma sì, ha già deciso il nome, si chiamerà come me, ed è sicura che sarà un maschio. Quando l’ho saputo, mi sono gasato. Piccole soddisfazioni.
Guido, tutto sommato, è un brav’uomo. Il giorno dell’incidente la moglie gli aveva annunciato che lo avrebbe lasciato, per andare a vivere con un tizio, molto più vecchio di lui, ma pieno di soldi. Per non fargli sentire la solitudine, così gli disse, gli aveva lasciato anche i figli, un maschio ed una femmina. Quando gliel'ho letto dentro mi è venuta in mente solo una parola: troia, nel senso più spregiativo del termine. Era sconvolto: normale che non mi abbia visto in tempo, che non sia riuscito a frenare.
Strano, ma non riesco a provare né odio né rancore per Guido. Anche se mia moglie pensa a lui in termini non propriamente innocenti, diciamo così. Tra di loro non c’è nulla, questo è certo, ma anche se ci fosse non mi dispiacerebbe. E, se per assurdo, dopo un matrimonio ve ne fosse un altro? Pensate che bello, una famiglia allargata, tutti attorno a me, ad accudirmi, a coccolarmi.
Che stupido sono: se vi fosse un secondo matrimonio, io non potrei parteciparvi in alcun modo. Anche mia moglie è prigioniera, ma in maniera diversa; né del letto come me, né del senso di colpa come Guido. È prigioniera dei suoi principi. Non si concederebbe mai se mi sapesse ancora vivo. I principi sono una bella cosa, ma la gente pensa che debbano essere irremovibili, come le colonne di granito che sostengono gli antichi templi. Se ne rompi una crolla tutto. Invece il tempio dovrebbe essere qualcosa di mutevole, aperto ai cambiamenti.
Questo strano risveglio mi ha permesso di vedere le cose come stanno. La mia infermità è un ceppo che imprigiona molte vite. È arrivato il tempo di staccare la spina. Eh già, perché se riesco a mandare impulsi al computer per formare questi caratteri, dovrei anche essere capace di spegnere quella maledetta macchina che mi ronza accanto. Proviamoci, allora...
Un saluto a tutti, dal vostro amato Libero, di nome e presto anche di fatto.
sabato 13 febbraio 2010
RADIO BLUES
La radio sta andando con un mood lento, da estate, perché fuori non tira un alito di vento ed è pieno di dannati moscerini. É rimasta solo lei a raccontarmi le storie, vecchia scatola nera con l’antenna rotta, riesci ancora a prendere quella stazione blues, e chissà perché continua a trasmettere. Ma quanti ubriaconi come me vivono in questa maledetta città, e ascoltano vecchi pezzi di Tom Waits e dei primi Deep Purple? Quanti?
Lei se n’é andata. É già passata una settimana e non accenna a piovere. La pioggia fa cambiare gli odori, sapete? Non sopporto più di sentire il suo profumo dappertutto, in camera, in salotto, in auto, persino nello scantinato, tra gli scatoloni ammuffiti e la catasta di legna per il camino.
Ve lo dico subito, così evito di prendervi per il culo; la colpa é solo mia. Quando sei lì con una birra di troppo nello stomaco e una perfetta sconosciuta che ti apre le gambe, se sei un vero uomo non ci capisci più niente. Non sai più distinguere il giusto dallo sbagliato. La vista ti s’annebbia, il male diventa bene, il bene diventa roba per poppanti, e il passato, i ricordi, i sacrifici e le meraviglie della vita di coppia, tutto questo diventa un’accozzaglia di colori sfumati, un’immagine poco chiara, come uno di quegli assurdi quadri moderni che piacciono così tanto ai ricchi. No, non sto cercando scusanti. Sto solo temporeggiando per vedere se finalmente questo tempo si decide a cambiare. Sento dei brontolii nella distanza, forse la tempesta é vicina, forse l’odore cambierà... forse.
Lee Hooker farfuglia di una donna che lo fregherà, e come lo capisco, in questo istante ti sono proprio vicino Johnny, vai, continua a strimpellare quelle corde e cantamela, cantagliela a quelle nuvole ancora troppo lontane, oltre le colline, le colline che abbiamo percorso in lungo e in largo, io e lei sul vecchio chopper. Cristo, perché te ne sei andata! Potevamo parlarne, potevamo passare anche questa, come ne abbiamo passate tante...
Il problema é che ne abbiamo parlato anche troppo, e quando non c’é più da parlare non ti rimane altro che bere. Bere, scrivere e ascoltare vecchi pezzi blues.
Ci siamo conosciuti a un rave per motociclisti nel lontano ’87. Ventidue anni insieme, ve ne rendete conto? Lei c’aveva due trecce platinate, sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, io invece a quel tempo ero ancora in forma, maglietta dei Motorhead e coda di cavallo, nera come il velluto. Oggi non posso dire altrettanto; il ventre ha risentito dei fiumi di birra passati e il crine si schiarito per l’età e ingiallito per le cicche. Però mi ritengo ancora un bel figliolo, altrimenti la rossa di l’altra sera non si sarebbe avventata così famelicamente sui mie calzoni. Maledetta rossa!
Era davvero bellissima la mia piccola. Le offrii la boccia di Jack e ce l’andammo a bere defilati, mentre il povero Ben Scott, pace all’anima sua, urlava dalle casse dell’apparecchio stereo. Al rave ci saranno state più di cento persone, ma era come se fossimo soli. Lei c’era venuta col suo ragazzo, ma quando mi vide lo mollò su due piedi. Ce ne tornammo a casa sulla mia prima Harley, forse il mio unico amore.
Cavolo, questi ricordi fanno troppo male, ma sono esattamente le scuse che cerco per versarmi un altro bicchiere. Tanto la radio continua il suo blues ed io per oggi non ho niente da fare. Anzi, per la verità la casa senza di lei é diventata un tugurio, avrei da fare la lavatrice, rimettere a posto la camera, lavare i piatti di tre giorni, ma non riesco proprio a muovermi da questo dannato divano, lo stesso su cui abbiamo fatto l’amore cento, forse mille volte. JD é quasi alla fine e incomincio a vedere storto, come quella sera balorda insieme alla rossa. Cacchio, ci mancava solo quel Bowie con la vocina stridula che mi racconta dei ragni marziani. Ma aspetta, forse aiuta... Le nuvole sono più vicine adesso.... ma si, é la radio, é come la danza della pioggia, quella degli indiani d’america, é la stessa cosa... forse se alzo il volume....
Goccioloni grandi come sassi battono il tempo insieme al vecchio Bob Dylan. Ci voleva proprio lui per far piovere. Ecco, l’odore é già cambiato, finalmente. Mi finisco il Jack e poi vado fuori a farmi lavare via la tristezza. Mi é tornato il buonumore, e se mi prende bene stasera scendo al bar per vedere se ribecco la rossa...
....perché il lato positivo di ogni brutta storia é che la storia può sempre cambiare.
GM Willo - 2009
lunedì 1 febbraio 2010
LA LIBERTÁ DELL'UOMO
Il monaco, immobile sul grande macigno, osservava le ombre allungarsi, e pensava che niente e nessuno le avrebbe mai potute fermare. Allora sentì l’impulso di chiedere consiglio al suo Maestro. Entrò nel tempio e lo vide in un angolo a pregare. Non dovette disturbarlo, perché sapeva già che sarebbe venuto. L’adepto si accomodò accanto a lui e chiese: «Maestro, quanto è libero un uomo? Lo è totalmente oppure esistono delle limitazioni? È possibile che qualcosa come il destino limiti la nostra libertà?»
Il Maestro rispose alla sua maniera, non con la logica di pensiero ma con un esempio esistenziale. Disse: «Alzati, figliolo.»
Per un momento l’adepto pensò che quella non fosse assolutamente la risposta che cercava, ma frenò l’impulso di credere che il Maestro si stesse prendendo gioco di lui. Così si alzò in piedi ed attese.
Il Maestro disse: «Adesso solleva una gamba.»
“Che diamine significa?” pensò l’adepto. “Ha forse perso la ragione o non sono stato abbastanza chiaro?” ma tutte queste cose il giovane monaco non le condivise col suo Maestro, e per non mancargli di rispetto alzò una gamba e rimase in equilibrio sull’altra.
«Benissimo» dichiarò il Maestro. «Un’ultima cosa adesso. Solleva anche l’altra gamba.»
«Ma è impossibile!» protestò subito l’adepto. «Ciò che mi stai chiedendo è assolutamente irrealizzabile! Ho già la mia gamba destra alzata, e non mi è possibile sollevare anche quella sinistra.»
Allora il Maestro rispose: «Eppure eri libero. Avresti potuto sollevare la gamba sinistra per prima, e nessuno ti avrebbe detto nulla. Eri completamente libero di scegliere la gamba che preferivi. Non ho detto niente a riguardo, e tu hai preso una decisione: hai alzato quella destra, ma facendo questa scelta, ti sei precluso la possibilità di sollevare quella sinistra.»
Il Maestro guardò il giovane con una luce d’amore negli occhi.
«Non preoccuparti del destino, figliolo. Pensa sempre con semplicità.»
Fuori dal tempio le ombre erano già padrone.
GM Willo – Adattando una storia anonima.
martedì 5 gennaio 2010
IL CUOCO DEL PRESIDENTE
Antipasto di mare caldo, con fasolari e vongole veraci, linguine all’astice accompagnate da un Fiano, e poi sua maestà il branzino, al cartoccio, come si conviene per le occasioni speciali. Ci si sposta su una Vernaccia di Oristano, da assaporare con la bottarga e del formaggio sardo. Il pranzo è quasi alla fine, i clienti sembrano soddisfatti. Lui ride, chiacchiera, si pavoneggia a capotavola col bicchiere in mano. Politico, industriale, leader, presidente. È a lui che dedico questo pregiato buffet.
I ragazzi lavorano veloci, eseguono alla perfezione ogni mia richiesta, nell’angusta cucina del palazzo, sotto la sala dei ricevimenti. Tra i fumi delle acque a bollore e i cozzi quasi musicali dei pentolami, quattro uomini vestiti di bianco danzano attorno ai piatti. Pinguini entrano ed escono con le portate. La concentrazione è tutto. “Vieni qui quel con quel vassoio!” Un ritocco e poi via, sennò si raffredda.
In cucina tutto ha un ordine preciso, i cuochi ruotano attorno al cibo come satelliti attorno a un pianeta. Orbite più o meno circolari che richiamano alla mente le perfezioni dell’universo. Pesci cadaveri santificati al dio del palato. Tutto ciò mi delizia.
Il presidente non ha assolutamente nessuna idea di quel che avviene tra queste quattro mura. Sono anni che invita i suoi amici, che si pavoneggia vezzeggiando i suoi lussi, cucina compresa, ma non è mai sceso a dirci una parola, a farci partecipi del successo. Paga bene, certo, ma non è tutto. I soldi non sono mai tutto…
Nel pesce l’arsenico ci sta una meraviglia. Ci va a braccetto, come l’alloro coi fegatini di maiale, come una spruzzata di pepe nero sulla volgare carbonara. Era da tanto tempo che gli volevo preparare questo piatto…
Ecco, arrivano le prime urla. I ragazzi sono usciti in fretta e furia dalle cucine. Vogliono sapere cosa sta succedendo, perché i camerieri sono così agitati, come mai si sentono dei tonfi sordi dal piano di sopra. Glielo potrei dire io, ma non mi vá. Voglio godermi per un po’ le mie stanze. Non le vedrò per un bel po’ di tempo. Chissà se mi faranno cuoco, laggiù dove sarò costretto a passare il resto della mia vita…
Alzo la coppa di vernaccia. Un goccio me la sono lasciata per questo brindisi speciale. “A te, mio caro presidente. Spero ti sia piaciuto il branzino… Addio!” Appoggio la bocca al bordo del bicchiere, le urla si fanno più distinte, qualcuno scende le scale, sta per venire a chiedermi spiegazioni. Inarco la coppa, mi bagno le labbra, poi butto tutto giù d’un fiato. Che buono!
- Il presidente! Hanno avvelenato il presidente!! -
Mentre la notizia incomincia a circolare, e le guardie del corpo irrompono nella cucina, un ultimo pensiero mi passa per la testa, un piccolo rammarico. Non aver avuto il tempo di servire il dolce: un millefoglie da urlo!
GM Willo - 2008
sabato 28 novembre 2009
LA NEBULOSA DEL CANCRO
Che cosa nasconde quel messaggio, quell’assurda accozzaglia di simboli, quel suono ipnotico sparato da una distanza di milioni di anni luce?
Ve lo dico io cosa nasconde… è la voce di Dio, quella. E sapete cosa ci sta dicendo? Che siamo proprio dei coglioni!!
Lasciatemi parlare! Siete voi i pazzi, e ve ne accorgerete presto!
Nessun decodificatore è stato in grado di darci delle risposte sensate. Nessun algoritmo è capace di spezzare l’enigma. Ma provate ad ascoltare e riascoltare quel suono, nell’oscurità della vostra camera da letto, da soli, immergendovi totalmente nel vibrato. Io l’ho fatto, ed è stata una rivelazione.
Quella è la voce di Dio e ci sta dicendo che stiamo sbagliando tutto! Ci sta parlando dalle sue magioni, oltre lo spazio compreso, oltre le luci ed i suoni, oltre i fulcri incandescenti delle galassie, oltre lo zero assoluto nei remoti angoli del cosmo. I nostri maledetti marchingegni non sono in grado di carpire il significato della sua grandezza, il sottile insinuarsi delle note alte, appena percepibili, il lento e cadenzante ritmo delle tonalità grevi.
So già che volete farmi fuori, che probabilmente questo sarà l’ultimo discorso pubblico che sarò in grado di fare, per questo sento il bisogno di appellarmi a quel briciolo di umanità che ci è rimasta; la vostra, la mia, e quella di tutti gli altri, facce spiritate che ci guardano da oltre il vetro magico. Stiamo sbagliando, gente. Dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo ritrovare quello che abbiamo perduto.
Ascoltatemi! Domani io sarò solo un altro pazzo confinato alle periferie della civiltà. Avrò un altro nome, un nuovo lavoro, nuovi vicini. Non potrò rivelare la mia posizione né la mia vera identità. Non m’importa. Ma sappiate che tutti voi siete in grado di sentire quel messaggio.
Stanotte spengete le luci della vostra stanza e aprite la finestra. Guardate in alto, verso la Nebulosa del Cancro. Chiudete gli occhi ed ascoltate.
Dio vi parlerà, e vi sentirete come quando vostro padre vi beccava ad averne appena combinata una grossa. Ma, credetemi, questa volta non ve la caverete con una semplice sculacciata…
GM Willo 2009
mercoledì 18 novembre 2009
UN CONCETTO DI DIO
Conoscevo Daniel da quando ero un ragazzo ed insieme andavamo ad uccidere i tramonti sulla collina più alta del paese. Quando lo vidi in quelle condizioni, la sera che mi recai da sua madre nella sua vecchia casa d’infanzia, quasi non lo riconobbi. Era completamente ricoperto di sudore, un liquido che emanava il fetore della follia, ed i suoi occhi si perdevano in idiote dimensioni, i peggiori incubi di una mente malata. Giaceva nel suo letto come una larva strisciante, un gomitolo di organi deturpati da un incomprensibile rivelazione.
Mi avvicinai al suo capezzale con parole facili ed ammalianti, ma lo sguardo che lui posò su di me era privo di significati. Mi guardava come se io fossi niente più che una piega dell’aria, un involucro vuoto. Certamente non vedeva in me il suo grande amico di un tempo.
Sua madre mi aveva raccontato quello che gli era successo, ma la conversazione avuta al telefono con la vecchia non mi aveva convinto molto. Sembrava che il bravo Daniel fosse coinvolto in qualche oscura storia di sette e di religioni, cose che un tempo il mio vecchio amico disprezzava. Ovviamente non le credevo, ma quando mi trovai davanti alla sua mente perduta, mi ricordai di quello che quella pazza di sua madre mi aveva detto al telefono. L’Ordine della Vuota Speranza, ecco come l’aveva chiamata quella strana setta alla quale da tempo il figlio dedicava tutte le sue energie. Ed il nome la diceva lunga.
Ad un tratto sembrò che gli occhi di quel misero essere che un tempo fumava segretamente insieme a me, sul passaggio sopra l’autostrada, intuissero la realtà di quel momento. Mi fissò e chiamò il mio nome, in un sussurro di pazzia, un lamento di una distorta creatura dalla vita breve ed immonda. Lo fissai, gli afferrai il braccio che mi porgeva e lo guardai in quelle orbite perdute nell’oblio. Mi sorrise e chiamò nuovamente il mio nome, e questa volta lo scandí come faceva un tempo, col sorriso che gli illuminava gli occhi. Ma fu solo un attimo, poi tornò lontano, dentro quelle assurde dimensioni.
Non ce la facevo più a reggere quella situazione. Volevo immediatamente delle risposte, volevo capire, dire qualcosa di utile ed uscire al più presto da quella casa. Assaporavo già la prossima sbornia, la notte che mi avrebbe colpito in faccia con le sue effimere illusioni. Adoravo quel materasso dove finivano tutte le mie notti, quella sensazione di finire un altro capitolo prima di addormentarmi. Tanto per continuare ad andare avanti.
Così lo spronai, gli chiesi cosa gli stesse succedendo, se riusciva a riconoscermi, dove era stato, e tante altre domande che forse non avrei mai dovuto chiedergli.
E lui mi parlò, in un maledetto attimo di lucidità rivelò il suo terribile segreto, una follia così incredibilmente credibile che avrebbe contorto la mente di chiunque. L’idea di questo suo Dio che è un mero spettatore delle nostre vite, un’entità bastarda del cosmo infinito ed orrendo, capitata per caso sulla nostra orbita, nelle nostre vite di perfette creature. Un Dio sadico che ci ha donato il potere della creatività, dell’evoluzione, solamente perché eravamo troppo noiosi quando ci mirò la prima volta. E mentre quella infima divinità se ne sta seduta a guardarci rotolare nel fango di ogni giorno, noi continuiamo a pensare che ci sia un qualcuno o un qualcosa di onnipotente che ci guida ed ispira. Come bambini aggrappati alla bugiarda promessa di un padre cattivo, continuiamo a credere nei nostri concetti di vita eterna, di divinità buona e clemente. Pensiamo a mondi perfetti al di là di questo, a vite che nascono e muoiono all’infinito. Cullandoci nel grande abbraccio di Madre Speranza, viviamo una vita fittizia, in cui l’unica realtà è quella di essere degli stupidi burattini per un entità contorta.
Questo mi disse quel mio amico di un tempo troppo lontano, prima che le sue vene si aprissero in un lago di sangue. Ma fu solamente un altro spettacolo per quell’assurda creatura che ci stava osservando.
Allora io pensai di andarmene, di fuggire l’inganno del mondo. E mi sedetti sotto un albero che mi proteggeva dalla pioggia insistente, dal sole che nei mesi caldi bruciava, e dalla chioma cadevano frutti, e a volte qualcuno passava di lì. Erano creature bellissime, donne con cui spendevo ore di amore, e i miei figli crebbero nell’idea che il sole nasceva per illuminare i frutti della terra, e che tutto era facile e semplice, come stringere un pugno di erba tra le mani. Bagnarsi le dita di rugiada.
I giorni passavano, le stagioni volavano, i colori cangianti mi raccontavano la storia del tempo. Non avevo bisogno di altro.
Presto mi accorsi che quel Dio si era annoiato dì me e se ne era andato alla ricerca di un altro mondo. Così risi e continuai a vivere in semplicità.
GM Willo 2002
sabato 7 novembre 2009
L'ULTIMA CICCA
«Lo sai che non sono venuto qui per parlare.»
Lo vidi frugare nervosamente nelle troppe tasche del giaccone imbottito, fino a quando un accenno di sorriso sancì il successo della sua ricerca.
Un rapido movimento ed il bagliore della fiamma illuminò quello che in passato era stato il nostro unico rifugio. Anche qui il tempo aveva lasciato segni incancellabili come quelli sui nostri volti.
Poco prima, nella penombra, si era annidato il sospetto che quei lunghi anni non fossero mai passati; la polvere e un colpo di tosse proveniente dall’altra stanza ci richiamarono bruscamente al presente.
«Passami la cicca» gli chiesi. E lui me la offrì, come aveva fatto mille volte prima, in un tempo magico ma ormai perduto. Sulle labbra sentii il suo sapore, mischiato a quello del filtro e della nicotina. Bastardo, pensai. Potevamo realizzare in nostri sogni, fare quello che abbiamo sempre sognato, ed invece…
«Come sta?» mi domandò. E che cazzo gliene fregava a lui! Vedova a trentacinque anni, con due bambini piccoli. Ecco che cosa rimaneva di me.
«Non lo senti? Sta morendo…» gli dissi. E aspirai forte quella dannata cicca, cercando di farmi venire un tumore fulminante. Quanto lo odiavo. Quanto lo desideravo!
«Senti, volevo dirti soltanto che mi dispiace…»
«Si, lo so…» e intanto pensavo “che stronzo! Scordati la cicca, perché non te la rendo!”.
«Comunque, grazie di essere passato. Adesso devo tornare da lui…»
«Certo. Se hai bisogno di qualcosa, non esitare…»
Esistono forze nascoste che ti permettono di fare cose impensabili. Attinsi a quelle per evitare di piangere, per non dargli anche quella soddisfazione.
«Va bene…»
«Ciao…»
«Ciao!»
Lo osservai salire in auto e tornare verso la città. La sigaretta era arrivata alla fine. Aspirai forte i suoi ultimi millimetri di tabacco e poi la gettai il più lontano possibile.
Fu la mia ultima cicca.
AUTORI: GM Willo, Gherardo, Ciccius, Lacate, Marcochao
martedì 27 ottobre 2009
YOAK
Le notti si facevano più fredde, e ciò era un bene e un male per Yoak. La sua vita sarebbe stata più dura, ma anche più breve. In ogni caso alla fine tutto sarebbe andato per il meglio, ne era sicuro.
Il cielo prometteva pioggia, ma non per questo i bar sarebbero rimasti chiusi. Lui se ne stava tranquillo a fumarsi la sua prima sigaretta della giornata, disteso sul divano del suo ultimo amico, troppo demotivato per spingersi fino alla cucina per il caffè. Il suo unico impegno consisteva nel cullare i suoi prospetti alcolici quotidiani e progettare la fine degli ultimi legami che lo tenevano unito al mondo. Niente di più facile, se non avevi più nulla da perdere ….
…e Yoak non possedeva più niente.
Afferrò distrattamente il giornale sul pavimento, ma non ci pensò neanche a leggerlo. Eppure riusciva a percepire distrattamente gli articoli in grassetto, notizie che lo facevano sbellicare e sentire ancora più forte e convinto. La sua fine era vicina.
Dopo un tempo indeterminabile raggiunse la doccia, lasciando il caos dietro di se e sapendo di provocare l’ira del suo ultimo ormai non più amico. Poi uscì di casa.
Era libero, questo lo sapeva, ma sentirlo ogni nuovo giorno nelle narici che si aprivano al vento era sempre qualcosa di diverso. Aveva bisogno di autocontrollo per non sbandare; delineava la sua meta prima di incamminarsi.
Yoak aveva deciso di andarsene e nessuno cercava più dì fermarlo. Egli aveva fatto parte di un meccanismo perfetto che gli altri chiamavano vita, e per un po’ si era
convinto che tutto procedeva come doveva procedere. Poi un giorno alzandosi si era visto
capovolto, con i piedi poggiati al soffitto e la bocca che parlava una bizzarra lingua
contraria con frasi tipo “atset id lam ehc ioh”, e il tempo che scorreva o troppo veloce o troppo lentamente. Forse aveva visto finalmente come stavano le cose, o forse aveva dei grossi problemi…..
…comunque aveva deciso dì finirla
Non era servito neanche chiedere aiuto agli amici. Quest’ultimi battevano strade diverse in quel periodo; non potevano capire.
Fuori dal mondo e prigioniero di questo, ecco il nostro eroe, Yoak.
Quel giorno lasciò la casa del suo migliore amico per bersi l’intero pomeriggio e la sera che ne seguì. Nessuna parola fece deviare il suo corso.
Il suo palato accettava solo un alfabeto, la sua ragione era stimolata solo dalle poche cose in cui credeva.
Yoak non era mai stato parte di questo mondo e non lo sarebbe mai stato.
Alla fine ci regalò a tutti un tenero “addio”.
GM Willo - Ottobre 2000
lunedì 19 ottobre 2009
IL CUORE DELLA LUCERTOLA
E come cazzo dovrei stare, mi andrebbe di dirle. Invece rispondo “bene”, e sorrido pure. Non mi va di darle vantaggi. Ai suoi occhi voglio apparire forte, anche se dentro sono a pezzi, come se il cuore me l’avessero gettato nel tritacarne. Stronza! Sei anni insieme, e una mattina si sveglia e mi dice “non ti amo più!” Ma che cazzo vuol dire?!
«Ci sei domani? Se non disturbo verrei a prendere le ultime cose…»
Certo che disturbi. Disturbi ogni singolo minuto della mia giornata, perché non riesco a non pensare a te. Non dormo, non mangio, non posso neanche ad andare a lavoro senza che l’immagine del tuo volto venga ad ossessionarmi. Sei un virus, ecco cosa sei!
«No, ci mancherebbe. Vieni pure.»
Magari parliamo un po’, mi verrebbe da aggiungere. Ma abbiamo anche parlato troppo. E quando si parla troppo, non c’è più niente da dire. Ci sono i ricordi, che a me sembrano bellissimi e a lei non fanno il minimo effetto. Ci sono i rancori, e quelli lei li ricorda benissimo, mentre io me li sono già dimenticati. E poi ci sono i momenti d’indifferenza, e quelli sono la vera ragione per la quale lei verrà a prendersi le sue dannate ultime cose.
«Come va a lavoro?»
Ma che cazzo te ne frega! Non ti è mai interessato quello che faccio. Eh certo, perché prima t’interessavo io, adesso invece t’interessa solo rimanere amica, riprenderti le tue cose e non fare più scenate. Vuoi la dissolvenza, la chiusura col sorriso, il finale di Hollywood, i titoli di coda con i ringraziamenti, così poi ti potrai buttare a capofitto nel tuo prossimo film, senza sensi di colpa…
«Bene. Marzo è stato un buon mese…»
«Sono contenta. E poi distrarsi fa bene, non trovi?»
Questa te la potevi risparmiare, stronza! Chi vedi adesso? Ci dev’essere qualcuno, lo so. C’è sempre qualcuno, quando si cambia in questa maniera. Un po’ stronza lo sei sempre stata, ma mai così. Chi è? Un collega? Uno che hai incontrato in palestra? Uno che t’inforca dopo lo spinning?
«Si. Cerco di non pensarci, sai com’é…»
Patetico. No, non fare il patetico adesso. Ce l’hai quasi fatta. Tra poco arriva il bus, la saluti e te ne vai. Non tornare sull’argomento, altrimenti sei fregato…
«Vedi qualcuno?»
Ma perché non te ne stai un po’ zitta, troia! Si, vedo te, tutti i giorni, nella mia testa, ti guardo chiudendo gli occhi, vedo i tuoi capelli sparsi sul cuscino, le tue labbra che mi accarezzano, la tua lingua che gioca. Vedo sempre e solo te, capito… stronza!
«No, solo i miei amici, ogni tanto. Domenica andiamo a pescare.»
«Dove?»
«In montagna…»
«Bello…»
Ma che fine hai fatto autobus di merda! Sei in ritardo di sette minuti. Vuoi vedere che la corsa è saltata. Se è così mi tocca a farmi torturare per un altro quarto d’ora.
«Sai, io vedo qualcuno… Volevo dirtelo, perché mi piace essere sincera.»
Che sorpresa! Ma davvero?
«Sai che ci tengo alla nostra amicizia…»
«E se ti spingessi sotto l’autobus, che ne diresti?»
Troppo tardi. La frase mi esce senza pensarci. Perché sapete, a volte la linea che divide l’immaginazione con la realtà è talmente sottile…
Lei strabuzza gli occhi, rimane in silenzio, forse ha anche un po’ di paura. In quell’istante la vedo sotto una nuova luce, vulnerabile e stronza. Qualcosa ricomincia a battere dentro il petto. Il cuore è un muscolo strano. È come la coda delle lucertole. Lo puoi buttare nel tritacarne, ma quello ricresce, e torna a pulsare, più forte di prima.
«Guarda, quello è il tuo autobus. Ti aspetto domani per la roba. Ciao…»
Lei risponde con un timido ciao, sale sull’autobus e si dilegua.
La verità, specialmente la più crudele, può fare miracoli!
GM Willo 2009
giovedì 8 ottobre 2009
L'EVOLUZIONE DEL CIGNO
«Prima volta?»«Si vede?»
«Beh, col passare dei secoli ho allenato l’occhio.»
«Secoli, dici? A quale cerchio appartieni?»
«Ventitreesimo, la quinta volta nella forma di cigno. Un bel vivere, dopotutto…»
«In effetti… Si ha tutto il tempo che si vuole per accordarsi con la Sinfonia.»
«Assolutamente! Vedrai, ne rimarrai sorpreso…»
«Quindi mi aspettano almeno altre quattro esistenze di questo tipo….»
«Dipende… Potresti accelerare i tempi, e diventare farfalla.»
«Parli del venticinquesimo cerchio, vero? Cosa c’è oltre?»
«Chi può dirlo… Le stelle, forse…»
Un uomo scattò una fotografia dal bordo della vasca.
«Ti ricordi quando eravamo uomini?»
«Quanto eravamo primitivi…»
«Eh già!»
domenica 4 ottobre 2009
CONDIVIDERE É REATO
Invece questo m’è rimasto proprio impresso, tanto che gli dissi al Cantini che poteva andare tranquillo perché me ne sarei sicuramente ricordato. Ma lui mi guardò con quei suoi due occhi da merluzzo, e fiatandomi una boccata di Tavernello in faccia mi disse: «Non ti fidare… scrivili sempre i sogni importanti. Non lo sai che siamo tutti un po’ profeti?»
E allora eccomi qui davanti a questo dannato foglio. Era dai tempi del liceo che non mettevo dieci righe una sotto l’altra, cioè righe nel senso scritte… vabbè, non ci confondiamo adesso.
Insomma, inizia il sogno che sono dietro allo scooter del Testa, un vecchio amico. Testa perché ovviamente c’ha una testa che se te la ritrovi davanti al cinema fai prima a andare a casa vederti i pacchi.
«Oh Testa, vai piano!» gli urlo da dietro. Lui fa finta di nulla e sorpassa il quattordici, quello doppio, che passa proprio a pelo sulla corsia. Dalla parte opposta arriva un furgoncino bianco Iveco. BANG! Le luci si spengono.
Mi risveglio (ma sto sempre sognando) in un letto d’ospedale. Tubi, tubicini, macchine, flebo, un monte di stronzate, e accanto a me c’è il Testa, sempre lui. Eppure è diverso, me ne accorgo subito. Sembra più vecchio.
«Oh Testa! Che cavolo è successo!»
Lui si scuote perché non si era accorto che mi ero svegliato, poi mi guarda come se fossi un fantasma.
«Sei sveglio!» borbotta.
«Certo, e allora. Perché fai quella faccia?» domando io, e intanto mi accorgo che sembra davvero molto più vecchio.
«Perché sono vent’anni che dormi! Eri in coma. Ti ricordi l’incidente?»
Ecco spiegato tutto, mi dico. Insomma, mi ero giocato vent’anni di vita. Che sfiga, chissà quante scopate mi ero perso, per non parlare delle partite della Viola.
Comunque il sogno si velocizza. Dico al Testa di portarmi i vestiti che voglio fare un giro. Lui mi da una mano a prepararmi, e dieci minuti più tardi siamo già in strada.
«Dammi una sigaretta, vai!» gli chiedo.
«Non posso» risponde lui.
«Che hai smesso?»
«No, è che le cose sono un po’ cambiate… dopo ti spiego.»
Io rimango basito ma continuiamo a camminare. Arriviamo alla stazione dei taxi.
«Facciamo un salto da te?» gli chiedo.
«Va bene.» Poi mi apre lo sportello e paga la corsa al tassista.
«Io ti seguo col motorino» mi dice.
«Allora non c’è bisogno del taxi, ti salto dietro.»
«No, non si può.»
«Certo che non si può, ma lo fanno tutti.»
«Ma no, è che le cose sono un po’ cambiate nel frattempo… dopo ti spiego.»
Così il taxi mi trascina nell’ingorgo della città. Quello non è cambiato, o forse si. È diventato ancora peggio.
Arrivo a casa del Testa e lui è già lì con un sacchettino della Coop. Tira fuori un pacchetto intero di sigarette e me lo passa.
«Oh grazie, me ne bastava una.»
Poi saliamo su.
L’appartamento è sempre il solito, arredato alla stessa maniera, insomma sembra non sia passato neanche un giorno e invece sono venti anni che non ci metto piede. I sogni son roba strana!
Dalla busta della spesa il Testa tira fuori una Moretti da 66, un panino con la mortadella e una barretta di cioccolato bianco, di quello che piace a me. Il Testa m’ha sempre voluto bene…
«Ma che fai, dai! Non importava… Cos’eri senza scorte?» nel dir questo gli apro il frigo e ci trovo ogni ben di dio. Salame, acciughe, vinello, un barattolo d’olive verdi piccanti che ci vado matto.
«Ma che mi prendi per il culo» lo infamo. «Guarda quanta roba che c’hai, e mi sei andato a prendere la moretti e il panino alla coop…»
«Ma non ti offendere, scusa…» balbetta lui. «È che, come ti ho già detto, le cose sono un po’ cambiate in questi anni.»
«Vabbé, ora mi vado a rinfrescare un po’ in bagno e poi torno di qua e mi spieghi tutto.»
«Ma no guarda, non è proprio possibile. Non posso neanche farti usare il bagno.»
«Che cazzo dici?»
Così il Testa si mette a sedere e incomincia a raccontarmi tutto.
«Ti ricordi ai vecchi tempi che ci si scambiava la roba col computer, si scaricava la musica, i film, i libri, ma c’era anche un monte di gente che non gli andava per nulla bene tutta questa festa. Insomma, col passare del tempo questa storia dello scambio è diventata qualcosa di veramente brutto. Non solo t’arrestavano se si beccavano a scambiarti la roba col computer, ma incominciarono anche a proibire gli scambi degli oggetti, insomma delle cose che si usa tutti i giorni. Per questo motivo non ti posso offrire una delle mie sigarette, non posso darti un passaggio sul mio motorino, non posso offrirti qualcosa da mangiare e neanche farti usare l’acqua e la saponetta del bagno. Oggi c’hanno questi satelliti che ti controllano anche in casa, 24 ore su 24. Insomma, se vuoi qualcosa, devi comprartela!»
Io rimango a bocca aperta. Meglio il coma, penso.
«Vuoi dire che non si può più condividere nulla?»
«Proprio così. A proposito, questi sono gli scontrini della spesa e del taxi. Non che rivoglia i soldi, ci mancherebbe, ma potrebbero controllarti…»
«Ma non ci credo!»
E mentre urlo questa frase mi sveglio.
Boia che sogno, mi dissi. Nella stanza sentivo frinire la ventola del PC. Mi avvicinai allo schermo e vidi la finestrella rassicurante degli ultimi download. Anche per quella sera lo spettacolo era assicurato. Presi la cornetta e feci il numero.
«Pronto Testa? Vieni da me a vedere un film?»
GM Willo 2008
lunedì 28 settembre 2009
IL FOTOGRAFO
Il fotografo rubava i volti. Ritagliava la vita in un frame, cercandone il senso. Spesso ritraeva volti di donna. Altre volte erano anziani, oppure bambini.Un giorno il click rubò gli occhi di lei. Nadia si chiamava, un’ombra tra le ombre nel flusso incessante della metropolitana.
I pixel ricomposero l’immagine sul suo flat screen. Poi la cercò per 449 giorni, nei labirintici vicoli della sua città. Quando la rivide le corse incontro e le mostrò la foto.
«Questa sei te?»
«Si…»
«Finalmente hai dato un senso a questa immagine.»
«Perché?»
«Perché dovevo trovarti..»
Esistono un’infinità di sistemi per baloccarsi col destino.
martedì 22 settembre 2009
IL NUOVO SPETTACOLO
A volte può prenderti così, ti lasci andare e ti ritrovi davanti allo schermo bianco, con il cursore che lampeggia impaziente in alto a destra. Provo a pensare che sia tutta colpa dei fili che ci uniscono, una forza incontrollabile che ti spinge a comunicare, a provare a capire e spiegare. Me li immagino questi fili lunghissimi e sottili, sopra le nostre teste, da una parte all'altra della città e del continente. Non è tecnologia. Ci sono sempre stati.
A volte si toccano. Spesso si rompono. Quando riescono ad intrecciarsi bene formano delle corde più salde. E corrono sempre sopra le nostre teste. Noi ci allunghiamo e quando ne abbiamo bisogno ne afferriamo uno. Riuscirà a sorreggerci?
Ho sentito T. stasera. Gli ho mandato un messaggio ed erano sei mesi che non sentivo la sua voce. Mi ha chiamato subito dopo.
«Ciao G., che bello risentirti ... »
«Maledetto, dove ti eri cacciato?»
«Un po' a giro, sai. Sto organizzando una mostra fuori, e poi altre cosine. Non ho avuto tempo neanche per respirare in questi ultimi mesi.»
«Me lo immagino. Ho visto due bozze degli ultimi tuoi lavori, quelli che hai lasciato da N., sai? Notevoli davvero. Soggetti un po' pesanti, alla vecchia maniera ... »
«Si, ho voglia di tornare alle prime cose, raschiare un po' il pentolone dei ricordi.»
«Già! Le vecchie storie che non muoiono mai ... »
«Eh si, lo hai detto!»
«Ma ci sei per il fine settimana? Che ne dici di andare da qualche parte a farci una bevuta?»
«Mi piacerebbe un sacco davvero, ma devo tornare via. Sai, per la mostra... »
«Ho capito. Beh, allora sentiamoci presto, ok? Aspetto tue notizie .... »
Ma so che non sentirò la voce di T. fino alla prossima mia chiamata. I fili esistono ancora ma gli intrecci si sono sciolti.
Esco. L'aria è quella frizzante di settembre.
È notte. I rumori della campagna vicina sono sussurri di storie antiche.
Un suono. È il rumore di un treno in lontananza, una voce fascinosa che mi ricorda quei viaggi di un tempo. Erano viaggi diversi, brevi ma lontani. Oggi atterro dall'altra parte del continente e non mi sembra neanche di essermi mosso da casa. A volte anche a piedi coprivamo distanze assurde. Il segreto era varcare quelle porte.
Le porte.
Nella notte di settembre scendo al fiume. Raccolgo dei sassi mentre cammino perché so che non ce ne saranno più in là. Sono diventato un uomo previdente, ma ho perso qualcosa. Un tempo sarei arrivato al fiume a mani vuote, ma guardandomi in giro avrei trovato quelle pietre che desideravo gettare. Non so perché, ma le avrei trovate.
Sulla superficie del fiume ci sono i riflessi dei lampioni. Gioco a colpirli con i sassi e loro mi regalano delle onde luminose. Mi giunge anche un suono grazioso: “gluc”. Lo conosco. Mi piace. Starei seduto per ore ad ascoltarlo.
Ripenso alla conversazione di stamattina col mio capo.
« ... non è che non mi interessa, è che in questo momento non me la sento.»
«Non te la senti? Ma come? Ti propongo un’occasione come questa e mi dici che non te la senti? Credevo che ne saresti stato più che felice ... »
«Beh, forse un paio di mesi fa, ma adesso non so... »
«Cosa non sai? Cazzo, adesso mi metti in difficoltà G.. Cioè, credevo che avresti accettato al volo e mi ero organizzato di conseguenza. Adesso che cazzo faccio?»
«Non so cosa dirti, davvero. È che ho bisogno proprio di tutt’altro in questo momento. Anzi, avrei bisogno di qualche giorno di ferie.»
«Addirittura! Allora sei messo veramente male. Quando sei entrato ti dovevamo fare andare a casa con la forza, e adesso ... »
«Si, lo so, ma è un periodo strano ... »
«Sai cosa ti dico? Prenditi una settimana. Rilassati. Hai solo le pile scariche. Vedrai che quando torni starai meglio.»
No, non starò meglio.
Questa e la fine di qualcosa, lo sento. Sono i titoli di coda, o forse è già l'intervallo tra uno spettacolo e l'altro. La musica è soffusa, le luci sono accese e la gente è al bar a prendere da bere. Ma io non so come è finito il film.
Tra le mani mi ritrovo una pietra piatta. Cerco di farla saltare sull'acqua. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei... No, erano solo cinque.
Si cerca sempre di fare qualcosa di più, di essere più bravi degli altri. È tutta una rincorsa, e riprendi fiato solo nell'intervallo. In quel breve momento ti fai una bevuta, tiri un respiro e poi riparti. Ma non provare a domandarti cosa stai rincorrendo, altrimenti rimpiangerai il prezzo del biglietto.
Mi accendo un sigaretta. Mi piace vederla consumarsi di rosso mentre aspiro la sua mortale nicotina. Mi piace il fumo grigio che sprigiona nella notte. Mi piace quel suo gusto denso e stordente. Credo che il piacere più grande sia quello di sapermi ancora sopravvissuto a lei, che ormai è gia una cicca tra le mie mani.
Siamo pronti per il nuovo spettacolo?
GM Willo 2002
lunedì 21 settembre 2009
L'ANELLO
«Ce l’hai al dito…»
«Ma no, non la fede. L’anello che avevo al mignolo, quello fine d’argento…»
«Avevi un anello al mignolo?»
«Ma certo… che fai, mi prendi in giro?»
«Ti giuro che non te l’ho mai visto… ma sei sicuro?»
«Certo che sono sicuro…»
Quinto Bertocchi se ne esce di casa alle otto meno un quarto, in leggero ritardo e con un evidente malumore. Si guarda il dito mignolo mentre poggia le mani sul volante, e prova a ricordare dove potrebbe essere andato a finire il suo anello. Nonostante il traffico, la radio, il mal tempo e gli appuntamenti di lavoro, non riesce a pensare ad altro. Appena entra in ufficio convoca la sua segretaria.
«Teresa, hai per caso visto il mio anello?»
«La fede nuziale?»
«No, quella ce l’ho. Sto parlando del piccolo cerchio d’argento che avevo al mignolo, si ricorda?»
La segretaria prende tempo per far finta di ricordare e poi scuote la testa.
«No, sinceramente…»
«Ma come no…» la interrompe l’ingegner Bertocchi, leggermente infastidito.
«…aspetti, ora che ci penso, mi sembra di ricordare qualcosa. Però non l’ho visto» mente lei.
«Ecco, lo sapevo! Mia moglie voleva farmi passare per scemo.»
«Mi scusi?»
«No, niente… »
«Ha provato a vedere nel bagno? Magari se lo è tolto ieri per lavarsi le mani e poi lo ha dimenticato sul lavandino.»
«Si, ottima idea. Andrò subito a vedere.»
Teresa se ne torna alla sua scrivania, felice di lasciare il capo alle sue beghe. Lui perlustra da cima a fondo ufficio e bagno ma non trova nulla. Si prova a mettere a lavorare, ma non riesce a concentrarsi. Attende rovellandosi l’ora di pranzo.
«Giorgio, ti ricordi dell’anello che avevo al dito?»
Al tavolino del bar sotto gli uffici siedono Matteo Franceschini, Giorgio Pirani e il nostro Quinto Bertocchi. Insalatina, capaccio di bresaola, prosciutto e melone e tre bicchieri di vino bianco, leggero perché dopo si torna a lavorare.
«Un anello?»
«Esattamente! Qui al mignolo, avevo un anello d’argento, come una piccola fede.»
«Ma sai, io sono un po’ distratto con queste cose. Ricordo a malapena quello che ho mangiato a colazione.»
«E tu, Franceschini?»
«Cosa?»
«Mi hai mai visto un anello a questo dito?»
Lui alza la testa dal carpaccio, ci pensa un po’, o come la Teresa fa finta di pensarci, e poi risponde di no.
«Questa storia è davvero strana, sapete? È come se questo anello me lo fossi inventato. Nessuno lo ricorda, ma sono sicurissimo di averlo avuto al dito, almeno fino a ieri sera.»
«Beh, se sei sicuro allora ce lo avevi.» risponde l’ingegner Pirani.
«La gente è distratta, sai com’é…» aggiunge l’avvocato Franceschini.
«Si, ma neanche mia moglie se lo ricorda…»
«Sabato scorso sono passato dall’edicola e ho comprato una rivista di fotografia» racconta Giorgio, «e mia moglie è rimasta sorpresa. Si era completamente dimenticata che è dai tempi del liceo che sono un fotoamatore. È un mondo troppo veloce, nessuno riesce più a stare dietro a tutto… Non preoccuparti Quinto…»
Ma le parole di conforto dell’ingegner Pirani non riescono a tranquillizzarlo. Alle tre e mezzo decide di tornarsene a casa, che tanto di lavorare non se ne parla nemmeno.
L’ingegner Bertocchi è un tipo preciso. Non perde mai nulla perché ogni cosa ha un suo posto, sia nel mondo materiale che nella sua testa. Per questo motivo la faccenda dell’anello lo turba. È tentato di mettere a soqquadro la casa, ma invece si limita a cercare senza smuovere gli oggetti. Si sforza di ricordare, un’immagine, un’occasione, un rituale della sua vita super programmata. Niente.
Sua moglie torna alle sei e quaranta. Lui ha preparato un risotto che mangiano insieme guardando il telegiornale. Vorrebbe chiederle nuovamente dell’anello ma teme un’altra smentita. Siedono in silenzio, si fumano un paio di sigarette, poi lei lascia il tavolo con la scusa di dover finire del lavoro per il giorno dopo. Sparisce nello studio mentre alla TV passano lo sport.
Quinto si alza, spenge l’apparecchio e si mette il cappotto.
«Esco a comprare le sigarette. Ti serve niente?» domanda alla moglie attraverso la porta chiusa dello studio. Lei risponde di no e un secondo più tardi lui è già fuori.
Gira a vuoto per le strade del centro, nel silenzio ristoratore dell’abitacolo della sua auto. Si chiede se non stia per impazzire. Succede a volte, come a quel vecchio collega che si era imbottito di pasticche. Quand’è che era successo? Un mese prima? Lo ricorda bene quel collega, Marzio Frignani, quarantotto anni, due figli. Quella mattina presero il caffè insieme, lo ricorda benissimo, e mentre alzava la tazzina c’era il suo anello, certo, come poteva dimenticarlo. No, non era pazzo…
Accosta l’auto, slaccia la cintura e incomincia a perquisirla da cima a fondo. Dietro i sedili, sotto i tappetini, dentro gli scomparti laterali. Si aiuta con una torcia elettrica che estrae da dentro al cruscotto. Passano i minuti, fuori piove ma deve tenere gli sportelli aperti se vuole fare un buon lavoro. Quando finalmente si convince che dell’anello non vi è traccia, ha i pantaloni completamente bagnati. Sprofonda sul sedile, tira un sospiro, si accende una sigaretta e guarda fuori attraverso lo sportello spalancato. Un uomo lo osserva dall’altra parte della strada.
«Che c’è?» gli urla. È infastidito, quasi rabbioso, ammazzerebbe una persona solo per darsi un contegno.
L’uomo ha un ombrello e un soprabito grigio. Fuori è troppo buio per distinguere i suoi lineamenti.
«Ha bisogno di una mano?» domanda gentilmente.
«Ho perso il mio anello…»
«Mi dispiace.»
Quella risposta lo scuote. Per la prima volta in tutta la giornata qualcuno lo aveva fatto sentire meglio.
«Gentile da parte sua. Ma vede, il problema è che non sono più sicuro che ce lo avessi…»
«Non ricorda di avere avuto quell’anello?»
«No, io lo ricordo benissimo. Sono gli altri che non se lo ricordano. Persino mia moglie, si figuri…»
«Così lei pensa di essere sul punto d’impazzire…»
«Si…»
La città è deserta, i lampioni si riflettono sull’asfalto bagnato, la pioggia continua a battere.
«Lei non sta cercando l’anello. Lei sta solo cercando di convincersi che non è mai esistito, ma per quanto si sforzi non riesce a dimenticarlo.»
«E se non fosse davvero mai esistito?»
«Beh, adesso esiste, non le pare? E per quanto lo voglia cancellare dalla sua testa, quell’anello esisterà sempre. Quindi, le do un consiglio; accetti semplicemente il fatto che lo ha perso, e non ci pensi più. Domani passi in gioielleria e ne compri uno nuovo, uguale a quello che crede di aver perduto. Poi lo mostri a sua moglie e suoi conoscenti e dica loro che lo ha ritrovato. Vedrà che non faranno una piega, e penseranno semplicemente di non averlo mai notato.»
Quinto Bertocchi alza la testa verso l’uomo con l’ombrello, immobile sull’altro lato della strada.
«Che significa tutto ciò?»
«Che nella vita a volte si rincorre e altre volte si è rincorsi, e non possiamo permetterci di rimanere ad aspettare chi è rimasto indietro» risponde misteriosamente lo sconosciuto, prima di rimettersi in cammino sulla strada buia.
Il giorno dopo l’ingegner Bertocchi seguì il consiglio dell’uomo con l’ombrello ed accadde esattamente quello che aveva previsto. Tutti quanti si convinsero di non aver mai notato l’anello ma nessuno se ne preoccupò.
Per Quinto Bertocchi quello fu anche il primo giorno della sua nuova vita. Nei mesi successivi lasciò il lavoro, la moglie e la città, e prese un treno che andava verso nord. Dal finestrino gettò via l’anello, e si augurò che qualcuno lo trovasse, e potesse iniziare a vedere le cose come adesso le vedeva lui.
Perché tutto esiste nel momento in cui lo si pensa.
GM Willo 2009
venerdì 18 settembre 2009
ENZINO
«Ho comprato la Spider, un’auto da ragazzacci, ed io lo sono dopotutto. Ho sessant’anni, ma si vive una volta sola»
Lo guardavo annuendo, pensando a come sarò io a sessant’anni, a come le cose saranno, a che piega prenderà questo mondo. Fumava la sua sigaretta del dopo caffè ricordando i lieti momenti trascorsi in tenere compagnie. Un uomo che non ha alcuna storia alle spalle e non sa più che cos’è il futuro. Un uomo tranquillo, illuminato dalla religione del Presente.
Io mi prendevo una pausa e ascoltavo le sue storie, e ridevo di lui, con lui e ridevo anche di me. Ridevo di me perché avevo riso di lui ed era ridicolo.
Mi disse di nuovo di quella Spider di cui andava così fiero. Io gli risposi: «Enzo, lo sai che si vive una volta sola!» E lui: «Già, hai proprio ragione.» Ma era tardi ormai e doveva rientrare in fabbrica, caro vecchio Enzino.
Mi raccomandò di segnare tutto sul suo conto, come al solito ovviamente. Il conto che avrebbe saldato a fine mese, prima di partire per la sua abituale vacanzina. E giù a testa bassa fino a quel giorno.
GM Willo - 2001
giovedì 17 settembre 2009
L'EREMITA
All’emporio di paese i bambini giocavano a dadi su un tavolino della sala comune. Fuori era una giornata di quelle da rimanere davanti alla stufa, a raccontarsi storie di fantasmi. In montagna, d’inverno, ve n’erano diverse di giornate così. Freddo, ma non abbastanza per nevicare, nebbia fitta da tagliare col temperino e una pioggerella insistente che penetrava le ossa. Meglio starsene insieme all’emporio di Aldo, che tanto la scuola era chiusa. Mancavano due giorni a capodanno.
Al tavolo dirimpetto ai ragazzi sedeva Luigi il macellaio. Chiacchierava con un signore che non si era mai visto prima. Forse era uno venuto dalla città con il bus del mattino. Al paese arrivava solo un autobus, due volte al giorno, alle sette e alle quattro di pomeriggio. Neanche la nebbia lo fermava quello!
I due parlavano del mondo e bevevano china calda. Nella sala dell’emporio, che faceva da bar, edicola, tabacchi, ricevitoria e ufficio postale, la TV era accesa, ma il volume era smorzato. Davanti vi sedeva Pierino, novantottotenne cuor di leone. A lui il volume non serviva. Era sordo come le campane.
I bambini giocavano con tre coppie di dadi, una bianca, una nera e una rossa. Il gioco era semplice, come tutti i giochi di dadi. Si tiravano quelli bianchi e bisognava superare il risultato con i rossi, mentre con quelli neri occorreva fare un totale inferiore. I giochi di dadi, proprio per la loro semplicità, alimentavano interessanti chiacchierate.
«Chissà cosa farà l’eremita?» si chiese un bambino.
«Ha acceso la stufa. Ho visto il fumo mentre uscivo di casa» rispose un altro.
«A pensarci mi vengano i brividi…» confessò un terzo.
L’eremita viveva sulla montagna, in una casettina di pietra, accanto a un vecchio monastero abbandonato. Dal paese un sentiero si arrampicava per un chilometro attraverso un bosco di abeti, fino alla sua dimora. Ma nessuno lo aveva mai visto. Alcuni bambini pensavano che fosse solo una leggenda, altri dicevano che aveva fatto un voto a dio, perciò non poteva uscire di casa. La moglie di Aldo gli portava ogni tanto un sacchetto di provviste. Ma c’erano anche altre storie…
«Mio padre mi ha detto che è un uomo molto pericoloso…» esordì un quarto bambino.
«Anche il mio lo dice» confermò un altro.
«Non è pericoloso… è pazzo!» Queste ultime parole furono pronunciate dal bambino più grande del gruppo. Aveva dieci anni e già pensava di essere un’autorità. Perciò si arrogò il diritto di spiegare agli altri la verità sull’eremita.
«Hai capelli grigi, lunghi ed ispidi, perché non si lava mai, e una barba lanuginosa piena di pidocchi. Si ciba degli animali del bosco e li mangia crudi. Uccelli, scoiattoli, persino i ratti. Se ti avvicini alla sua casa lo puoi sentire parlare da solo. Dice cose incomprensibili, all’apparenza senza senso, ma mio padre mi ha detto che sono preghiere per il diavolo.»
Quando il bambino terminò la sua descrizione, il silenzio era calato sul gruppo, e i dadi avevano smesso di ruzzolare. In quel momento fuori il vento sembrò cantare un nuovo motivo, una canzone che metteva i brividi. L’amico del macellaio non poté fare a meno di sorridere. Aveva sentito tutto, e non perse l’occasione per intervenire, spezzando quel silenzio imbarazzante.
«L’eremita è un buon uomo…»
Tutti i bambini si voltarono verso il tavolo accanto. Era un signore distinto di una certa età, con un maglione rosso e una zazzera striata di grigio. Portava un paio di occhiali dalla montatura delicata, come quella che hanno sempre i grandi professori. Luigi sedeva accanto a lui, sorseggiando la sua china. Sotto i baffi nascondeva un sogghigno.
«Tanto saggio non deve essere se se ne sta tutto solo» dichiarò il ragazzino, cercando l’approvazione dei suoi compagni.
«Ah, ma non è da solo…» rivelò lo straniero. Chi era costui? Come mai sapeva tutte queste cose sull’eremita? I bambini adesso morivano dalla curiosità, così l’uomo riprese a parlare.
«In verità non esiste compagnia migliore della sua, ed è proprio per questa compagnia che se ne sta sulla montagna.»
«Mia nonna mi raccontava di un’arpia che gli faceva da moglie, e di un figlio nano» esordì uno del gruppo. Gli altri si girarono a guardare il compagno, pronti a sostenerlo. Perché i ragazzi, quando fanno gruppo, si azzuffano come dei gatti, ma davanti ad un adulto rimangono più uniti dei denti di una cerniera.
«È vero, lo diceva anche mia zia…» ribadì un altro.
L’uomo col maglione rosso fece una risata così grossa che si girò perfino Aldo, che se ne stava a leggere il giornale dietro al bancone. I bambini rimasero in silenzio, intimoriti più di prima.
«Non ci sono né arpie né nani lassù. C’è solo un uomo insieme a se stesso, e come vi ho già detto, non esiste compagnia migliore.»
Adesso i ragazzi si sentivano davvero confusi. Che cosa voleva dire quello straniero? Che l’eremita era solo con se stesso? Se era solo, era solo, punto e basta. Lo sconosciuto con gli occhiali da professore li stava prendendo in giro, ma nessuno aveva il coraggio di controbattere. Allora lui riprese a parlare.
«L’eremita ha avuto una lunga vita e gli sono capitate cose belle e cose meno belle. Ha avuto una moglie, che non era un’arpia ma una donna bellissima, e tre figli, che non erano nani ma dei ragazzi sani e intelligenti. Ha viaggiato molto, ha avuto tantissimi amici, è stato amato e rispettato. Col passare del tempo ha avuto anche degli insuccessi, ha perso degli amici importanti, è stato costretto a lasciare la sua città natale e a vivere di espedienti. I figli nel frattempo sono cresciuti e la moglie si è ammalata e lo ha lasciato. A quel punto lui si era accorto di essersi perduto, e l’unico modo per ritrovarsi era starsene da solo. Per questo è venuto su questa montagna. Ha comprato la casa più in disparte, quella vicina al vecchio monastero, e ha vissuto in solitudine per molti anni. Ma non è vero che non esce mai di là. Spesso scende giù all’emporio, ed è un signore distinto, al quale piace fare due chiacchiere con Aldo oppure con Luigi. Si beve la sua china calda, prende la borsa con la spesa e risale su. Se non l’avete mai visto, è solo perché pensavate che fosse un vecchio con i capelli arruffati e la barba piena di pidocchi…»
I bambini erano rimasti a bocca aperta. Le loro piccole testoline stavano ricomponendo il puzzle, ma ci sarebbe voluto ancora qualche minuto. Nel frattempo lo straniero si alzò dal tavolo, salutò prima il macellaio e poi i ragazzi. Da dietro al bancone Aldo gli passò una borsa piena di provviste. Lui pagò e se ne andò.
A Luigi scappò una risata così forte che anche Pierino, assorto davanti al televisore, riuscì a sentirla. Si girò e disse: «Ma statevene un po’ zitti laggiù!»
E così i bambini si rimisero a giocare a dadi.
GM Willo - 2008
lunedì 14 settembre 2009
IL MAESTRO DEL GIOCO
Gió e Toby siedono sulla panchina del parco, quello vicino al fiume, quello dove c’è il mercato e la gente passa con le buste di plastica piene di ciarpame made in china. Giò e Toby fumano la sigaretta, perché ormai si può fumare solo fuori, sulle panchine d’inverno, coi guanti di lana bruciacchiati dai mozziconi. Maledette leggi antifumo!
«Ma te ci credi in Dio?» domanda improvvisamente Toby.
Gli alberi sono privi di foglie, le siepi ingiallite, l’erba smorta. Difficile parlare di Dio in queste condizioni.
«In un certo senso…» risponde Giò, sputando una nuvola di fumo.
«Come sarebbe a dire “in un certo senso”?»
«Credo al Maestro del Gioco, come posso spiegarti…»
«Il Maestro del Gioco?»
Piccioni svolazzano davanti alla panchina. Beccano a caso, si avvicinano quietamente agli stivali di Giò. Lui rimane immobile. Li osserva. Potrebbe darli un calcio ma non lo fa. Loro beccano per un po’ e poi se ne vanno. Tutto sembra avere una ragione.
«Beh, mi piace chiamarlo così. Vedi, la maggior parte delle persone crede che esisti un disegno, un progetto divino studiato nei minimi particolari. Forze della natura, energie dell’universo, un vecchio con la barba e un triangolo in testa. Non importa chi o che cosa abbia creato tutto ciò, ma di sicuro non è stato un caso.»
La pausa serve a Giò per dare enfasi a ciò che sta per dire. La rivelazione. Chi è il Maestro del Gioco?
«Beh, io credo l’esatto contrario. Non esiste equilibrio migliore di quello determinato dal caso, e siccome l’esistenza dell’intero universo si basa sull’equilibrio, sono convinto che siamo semplicemente il prodotto si una serie infinita di risultanti casuali. Il Maestro del Gioco che lancia i dadi all’infinito.»
«Suona un po’ come l’idea bislacca di un giocatore di ruolo…»
«In un certo senso.»
La panchina è dietro le bancherelle del mercato. La gente sfila in entrambi i sensi, un flusso continuo di carne e merce. Un venditore ambulante urla la sua ultima offerta, tutto a cinque euro. Gli va dietro una donna, un’urlatrice migliore, con un imperdibile tre per due. Allora Giò rincomincia a parlare.
«Se lanci cinque volte un dado potresti aspettarti di fare cinque volte sei. Se lo lanci dieci volte e hai molta fortuna potresti anche farne uscire sette o otto, o addirittura dieci. Un caso estremamente fortuito. Spesso pensiamo al caso sotto questa forma, la fortuna, la sorte. Quel tizio è morto perché così era scritto, oppure per fatalità. Se escono dieci sei consecutivi qualcuno passa col semaforo rosso e ti prende in pieno. Amen…»
Giò si accende un’altra sigaretta. Ne ha bisogno, se vuole finire di dire quello che sta per dire. Gli ingranaggi vanno oliati, a volte forzati, più spesso caricati.
«…ma se lanci quel dado un numero infinito di volte otterrai sicuramente un numero infinito di risultati differenti, da uno a sei. L’equilibrio cosmico. Il disegno del Maestro del Gioco.»
«Ma allora il libero arbitrio? L’intento dell’uomo? La spiritualità? Il cambiamento? Tutto inutile?» ribatte Toby ancora scettico.
Un vecchio passeggia con il cane. Fa una pisciatina e se ne vá. Il quadro è completo.
«Per questo credo nella filosofia dell’abbandono» decreta Giò.
«Andiamo a farci una birra?»
«Si. Questi discorsi mettono sete, non trovi?»
GM Willo - 2008
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