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mercoledì 14 ottobre 2009

L'ISOLA DEI RICORDI


Nel mare si perdono i ricordi. Quelli più belli vengono subito trascinati al largo dalle correnti. Poi si depositano sui fondali, a fare compagnia alle razze e ai cavallucci marini.
Un dio mi disse che se avessi saputo trovare il posto giusto, avrei potuto ripescarli. Tutto quello di cui avevo bisogno era una canna da pesca ed una buona esca.
Così m’imbarcai sul peschereccio di capitano Arsella, un tipo davvero strano. La sua ciurma era la più ubriaca del porto. Prima di prendere il mare i marinai facevano un triplo giro di Grog, e alla fine di ogni turno spettava a tutti una razione extra. Per questo motivo il peschereccio di capitano Arsella era quello che si spingeva più a largo, ed io volevo proprio andare il più lontano possibile, laggiù dove dimorano i ricordi più belli.
Ma a quel vecchio burlone che siede sul bagnasciuga dell’universo, non manca certo il senso del buonumore. Gli venne in mente di mandarci addosso una tempesta coi controfiocchi.
L’equilibrio precario della ciurma, dovuto allo smodato uso di alcolici, compensava il movimento delle onde. Perciò procedevamo dritti come fusi, mentre le alte onde ci sovrastavano.
Nonostante il nostro bell’andare, il timoniere non poté evitare l’iceberg. Non riuscì neanche a capire se fosse solamente uno. Infatti in principio urlò che erano due, e poi ne vide addirittura tre. Ma vi posso assicurare che fu solo uno l’iceberg che ci colpì.
L’impatto distrusse completamente il peschereccio, ed io mi ritrovai ad annaspare nel gelido mare come una gattina spaurita. Intravidi il capitano Arsella avvinghiato all’ultima botte di rum, e parte della ciurma che si dimenava nell’acqua cercando di raggiungerlo. Poi riuscii ad afferrare un pezzo dell’albero maestro e a tirarmi fuori dall’acqua.
Come sono strane le correnti… A volte sottostanno a strani disegni. Da una parte i marinai, issatisi su una scialuppa di salvataggio, vennero trasportati nella direzione dalla quale eravamo arrivati. Io invece venni trascinata dalla parte opposta.
Sarei sicuramente finita assiderata se non ci fosse stato quel piccolo isolotto. Già, perché circondati da quel buio pesto (mi ero dimenticata di dirvi che era notte!), nessuno si era accorto che lì vicino spuntava dal mare una piccola striscia di terra. Le onde mi trascinarono sulla sua riva ghiaiosa e, arrancando nell’oscurità, riuscii a trovare un riparo; una grotta. Trascorsi una notte umida e fredda, ma il mattino dopo il sole splendeva bello, e i miei vestiti si asciugarono subito.
Decisi di esplorare l’isola, ma non c’era molto da scoprire. Era poco più di uno scoglio in mezzo al mare, sul quale crescevano solo delle sterpaglie pungenti. Incominciai a disperare. Non avevo neanche la mia canna da pesca, quella che mi ero portata dietro per catturare qualche bel ricordo.
Ma all’improvviso vidi un gabbiano posarsi su uno scoglio vicino a me. Mi disse: «Che ci fai tu qui?»
Io lo guardai meravigliata. Toh, un gabbiano parlante!
«Ma tu parli?» gli dissi.
«Perché, non si può?» e mi venne da ridere…
«Da dove vieni?» mi domandò l’uccello.
«Sono una naufraga. Ero sul peschereccio di capitano Arsella. Lo conosci?»
«Certo! Un vecchio briccone, mi deve ancora sedici pezzo d’argento. Ma io so come fargli saldare il debito…»
«Come?»
«Quando i marinai sono sbronzi, atterro vicino alle reti e mi abbuffo di merluzzini.»
« E perché ti deve sedici pezzi d’argento?»
«Ah, è una lunga storia, e non ha molto a che fare con questa. Perciò pensiamo a non annoiare i lettori e andiamo avanti.»
«Giusto!»
«Vuoi sapere perché riesci a parlare con un gabbiano? Beh, o sei annegata insieme ai marinai di capitano Arsella (ma sono sicuro che lui è riuscito a salvarsi perché, come ti ho detto, è per davvero un vecchio briccone, e ne sa una più del diavolo!) e adesso appartieni a una storia in cui i gabbiani parlano, oppure sei arrivata sull’isola dei ricordi.»
«E tu cosa pensi?» domandai confusa.
«Beh, tutte e due le cose! Sei annegata e hai raggiunto l’isola dei ricordi.»
«No, non posso essere annegata, altrimenti non potrei scrivere la storia che sto scrivendo.»
A questo punto il gabbiano si fece perplesso. Guardò un attimo verso l’orizzonte, distratto da alcuni pescetti volanti.
«Mi spiace, ma è l’ora della colazione. Devo andare.»
«Ma non puoi lasciarmi così!» gli gridai, mentre dispiegava le ali e prendeva il volo.
Ero di nuovo sola e ancora più avvilita che mai. Non mi piaceva l’idea di essere annegata. No, non mi andava proprio per niente.
Tornai alla spiaggia di ghiaia, praticamente a qualche metro da dove il gabbiano aveva spiccato il volo. Tengo a precisare che l’isola non era più grande di un piazzetta di paese. A parte quei dieci metri di riva sulla quale ero naufragata, era circondata da scogli. La grotta dove avevo passato la notte non era altro che una rientranza di un scoglio più grande.
Mi sedetti su quel tappeto di sassolini ed incomincia a gettarli uno ad uno nel mare. Ploc, ploc, ploc…
Fu così che i ricordi cominciarono ad arrivare.
Trasportati dalle onde, vidi mia madre e mio fratello, nel giorno del suo quarto compleanno. La giostra con i cavalli bianchi e lo zucchero filato. Il gatto della vicina di casa che aveva fatto i cuccioli, undici piccini un po’ grigi, un po’ neri e uno rosso.
Venne un’altra onda. Era il ricordo di mio nonno, quando mi portava fuori in barca a pescare. Tornavamo al tramonto, e ci fermavamo ogni volta sugli scogli a guardare il sole fermo sopra l’orizzonte. Lui mi diceva: “Vedi tesoro, quello è l’occhio di dio!”
Poi ricordai mio padre, che mi abbracciava forte. Il treno fischiava, la mamma piangeva, e c’era un gran via vai di gente. Partiva per la guerra, ma era un viaggio di sola andata.
«Perché piangi?»
Era tornato il gabbiano e si era appollaiato accanto a me. Nel becco stringeva un pesciolino che si dimenava forsennatamente.
«Piango perché ricordo… Finalmente!» risposi.
Allora il gabbiano divenne mio padre. Era sempre stato mio padre.
«Si è davvero salvato capitano Arsella?» gli chiesi.
«Si tesoro. Sopra quella botte di rum…»
Ed insieme ridemmo fino a quando il sole si spense.

Aeribella Lastelle - 2008

martedì 29 settembre 2009

IL ROBIVECCHI


A volte, quando sfoglio un vecchio fumetto o rileggo un passaggio dei miei libri giovanili, mi torna in mente il robivecchi del mio paese. Aveva un negozietto in via Roma, all’angolo della traversa che portava verso il cimitero. Da fuori il locale si presentava trasandato. La vetrina, che dava sulla strada secondaria, era ricoperta di pagine di vecchi giornali, mentre quella sulla strada principale era addobbata in maniera curiosa con oggetti d’epoca e fumetti. All’interno il caos era pressoché totale ma, se avevi un po’ di pazienza, nel mezzo a quel disordine potevi imbatterti in un piccolo tesoro. Poi, se eri davvero fortunato, il vecchio proprietario, che ti guardava sempre con un cipiglio dall’altro lato della sua scrivania, te lo valutava pochi spiccioli.
Quella figura è rimasta impressa nella mia memoria in maniera limpida, benché avessi frequentato quel negozio non più di una decina di volte. Era sulla sessantina, ma aveva un’aria che lo rendeva oltremodo più vecchio, quasi antico quanto il suo mestiere. Sopra la sua alta fronte si apriva un’ampia pelata, circondata da una stopposa peluria bianca che gli ricadeva come una soffice valanga sulla nuca e dietro le orecchie. Sono ancora sicura, come lo ero allora, che quest’ultime facessero fatica a sorreggere le asticelle dei suoi occhiali da vista; due enormi lenti squadrate che gli coprivano quasi totalmente il volto. Sotto il naso, o sarebbe stato più corretto chiamarlo “patata”, una bocca dalle grosse labbra stringeva una lunga sigaretta dal filtro bianco. Non potrei peraltro descriverne l’aspetto fisico, poiché l’ho sempre visto seduto dietro la sua scrivania, e comunque sembrava un uomo molto robusto.
Avevo appena compiuto undici anni. Mi sentivo libera e felicemente inconsapevole. Lasciavo trascorrere le mie giornate alla ricerca di nuove assurde avventure, in compagnia del mio caro amico Daniele. Riguardo a lui dovrei scrivere una e più mille storie; fu per me come un fratello. Pace all’anima sua.
Mentre sul lato nord il complesso cittadino si allungava in piccoli paeselli lungo la strada statale, la strada si perdeva a sud sulle colline che circondavano il paese, paesaggi delicati tipici del pre-appennino, ricchi di vitigni, ulivi e boschetti di faggi e giovani querce. Persi in ingenui vagabondaggi, Daniele ed io costeggiavamo i rilievi sul lato orientale, dove in mezzo alle pinete sorgeva il cimitero del paese. Solitari, più volte ci spingevamo sulle colline, estranei ai divertimenti dei nostri coetanei che si ritrovavano numerosi nelle piazze del centro. Passavamo regolarmente davanti al robivecchi. Entrambi ci soffermavamo stupiti davanti alla vetrina, a guardare i fumetti ed i vecchi libri ammucchiati disordinatamente al suo interno. Come ci sarebbe piaciuto entrare e fare razzia, ma purtroppo le nostre tasche erano troppo spesso vuote.
Un giorno Daniele mi venne a chiamare dicendomi che suo zio era venuto a pranzo dai suoi e gli aveva in segreto allungato un diecino. Voleva andare al negozio del robivecchi per fare un bell’affare. Fu quello il giorno in cui entrai per la prima volta nella bottega, un ambiente polveroso carico di una strana atmosfera. Fin dal primo istante avvertii una sensazione di disagio. Il vecchio se ne stava seduto a fumarsi la sua sigaretta e parlottava a bassa voce con un amico. Quando entrammo posò su di noi uno sguardo di benvenuto di cui avremmo entrambi fatto volentieri a meno. Non ci piaceva quel tipo.
Iniziammo a guardarci attorno, un po’ intimiditi da quel caos, tanto che non sapevamo proprio da che parte iniziare. Gli scaffali ricoprivano le pareti della stanza fino all’alto soffitto. Nel mezzo del locale si trovavano due enormi tavoli cosparsi da una montagna di vecchi volumi. Daniele incominciò a guardare sui ripiani dove erano sistemati i fumetti, mentre io cercavo di orientarmi, sfiorando qualche polverosa copertina e scorrendo con gli occhi i titoli di quel mucchio di roba. Si trattava perlopiù di romanzi spazzatura o vecchie enciclopedie incomplete, ma nel mezzo a questi insignificanti volumi poteva nascondersi un buon classico in elegante edizione, oppure un bel libro di illustrazioni. Improvvisamente un titolo catturò la mia attenzione. Era una copia ben rilegata del “Silmarillion” di Tolkien. La presi in mano e ne osservai la brutta illustrazione sulla copertina plastificata. Se la toglievi rimaneva quella rigida, priva di titoli ma più apprezzabile di quella di plastica. Mi avvicinai al mio amico e gliela mostrai. Daniele rimase colpito quanto me e immediatamente smise di cercare tra i fumetti. Insieme ci avvicinammo al vecchio per chiedergli il prezzo. Beh, fu di certo un buon affare perché ce lo portammo via per sole seimila lire.
Da quel giorno, quando avevamo la disponibilità, ci recavamo dal robivecchi per vedere se c’era qualcos’altro di interessante da acquistare. Vi comprai, nei mesi che seguirono, una decina di raccolte di fumetti e qualche bel libro. Quel negozietto all’angolo della strada per il cimitero era diventato la nostra isola del tesoro.

Quell’anno la mia famiglia partì per le vacanza estive il 15 di luglio. Come ogni volta io e Daniele ci salutammo con un po’ di tristezza, certi però di rivederci e di vagabondare ancora insieme nei primi giorni di settembre, quando il sole sarebbe stato più gentile e le colline avrebbero invitato le prime brezze del vicino autunno. Al mare i giorni passarono lentamente. Non gradivo la compagnia della gente del posto e trascorrevo le giornate in solitudine, mentre il sole cuoceva senza pietà i bagnanti sulla spiaggia affollata. Daniele mi mancava, come al solito. Quando finalmente tornammo dalle vacanze, trovammo il paese in uno stato di agitazione. Mentre eravamo via, era accaduto un fatto a dir poco sconcertante. Una bambina del vicinato era scomparsa e la polizia, che immediatamente aveva iniziato le ricerche, brancolava nel buio. Si chiamava Sara ed io l’avevo vista molte volte giocare in piazza insieme alle sue amichette. Aveva appena cinque anni, un angioletto dagli occhi celesti e dai lunghissimi capelli color del miele.
Anche Daniele era ritornato dalle vacanze e il giorno dopo il nostro rientro ci incontrammo e decidemmo subito di andare dal robivecchi. Tutti e due avevamo accumulato qualche spicciolo durante le vacanze e speravamo di trovare qualcosa di nuovo. Lungo il percorso parlammo della povera Sara e del mistero della sua scomparsa. Mentre cercavamo di terrorizzarci a vicenda, parlando di mostri e serial killer, ci accorgemmo ben presto di esserci entrambi riusciti. Cominciammo a guardarci intorno intimoriti, ma era solo il due del mese, c’era poca gente a giro e ancora molti negozi erano chiusi. Non tutti erano rientrati dalle vacanze. Ci chiedemmo se lo strano vecchio fosse ancora al mare o se ci fosse mai andato. Appena svoltato l’angolo che immetteva in via Roma, constatammo che il negozio era aperto. Entrammo e salutammo cortesemente il vecchio che leggeva assorto un tascabile, sempre sfumacchiando la sua sigaretta. Ci rispose con un cenno del capo e noi iniziammo la nostra cerca.
Era la cosa che ci divertiva di più. Ci abbandonammo a quella specie di caccia al tesoro, immersi dentro a un mucchio di cianfrusaglie polverose. La giornata era calda e non sembrava esserci niente d’interessante. Sudavamo, ma era ancora troppo presto per abbandonare le ricerche. Il tesoro poteva trovarsi sotto quel grosso tomo di ricette, oppure dietro quel libro di fotografie. Un vento caldo agitava pigramente le alte palme. La torrida sabbia penetrava nelle nostre scarpe mentre con le nostre vanghe scavavamo un po’ dappertutto. C’era tempo per tornare al vascello del capitano…
Decisi di cambiare zona e mi spostai verso gli scaffali opposti, dietro la scrivania del vecchio, che rimaneva immobile con il suo libro in mano. Scorrevo velocemente i titoli dei libri sul ripiano. Appesa ad un gancio, la giacca del vecchio copriva parte dello scaffale. Scostai leggermente la manica per poter leggere i titoli che si trovavano dietro. Poi i miei occhi si posarono su qualcosa. Sulla manica che avevo spostato, impigliato tra le fibre marroni scure della giacca, si trovava un lunghissimo capello biondo. In un primo momento quel pelo non destò in me alcuna sorpresa. Mi limitai a tirarlo per l’estremità e a giocarci poi rigirandomelo tra le dita. Fu in un secondo tempo che la mia mente incominciò a fare degli strani ragionamenti, incastrando i pezzi di un puzzle spaventoso. Certo, la piccola Sara non era l’unica in paese a portare dei lunghi capelli biondi. Potevano esistere mille ragioni per giustificare la presenza di quel capello sulla giacca del robivecchi, ma per una ragazzina di undici anni, eccitata dalla misteriosa scoperta e condizionata dal fascino della paura, è pressoché impossibile far ragionare il cervello in maniera logica. L’orribile scomparsa della bambina, la diffidenza riposta dal primo istante verso quello strano vecchio, l’ebbrezza dell’avventura e del pericolo; tutto questo mi convinse che il robivecchi era il responsabile del delitto.
Mi avvicinai a Daniele e sottovoce gli dissi che volevo andarmene, ma lui aveva appena trovato uno scaffale ricco di roba interessante e non voleva venir via. Il vecchio continuava a leggere il suo libro e non ci prestava nessuna considerazione. Rimasi lì inerte, folgorata dal pensiero e dal terrore che quello che avevo davanti fosse un assassino, un maniaco che aveva rapito la piccola Sara e l’avesse violentata, per poi strangolarla e sotterrarla da qualche parte, forse sulle colline. La mia mente vacillava, il mio cuore galoppava impazzito. Tirai il mio amico per un braccio e gli dissi di nuovo che volevo andare via da quel posto e lui, accorgendosi che stavo tremando, mi chiese che cosa mi stava succedendo. Non gli dissi niente, ma lo pregai ancora una volta di uscire. Mi rispose che aveva finito e così si avvicinò al tizio per pagare. Io avevo lasciato i fumetti che mi piacevano, ma Daniele aveva tra le mani due splendide raccolte e un volume di illustrazioni. Andò verso la scrivania e domandò quanto veniva tutto. “Se sapessi che mostro che hai davanti, amico mio!” pensai, mentre avevo già raggiunto la porta. Chiese novemila lire, e quando Daniele pagò, il vecchio gli mostrò un sorriso guasto che mi fece tremare fin dentro le ossa.
Finalmente uscimmo e solo quando fummo lontani dal negozio iniziai a parlare, rispondendo alle incalzanti domande del mio amico. Gli rivelai i miei sospetti e lo convinsi facilmente. Anche a lui il vecchio non gli era mai piaciuto. Volevamo avvertire la polizia, ma decidemmo di pensarci bene sopra e rimandammo al giorno dopo. Naturalmente a mente fredda i fatti diventarono molto meno strani di quanto sembravano il giorno prima. Dopo averne parlato per un po’, ci convincemmo che quel capello poteva appartenere a una parente o a un’amica del vecchio. E poi a polizia non avrebbe mai perduto del tempo con dei ragazzini.
Passarono alcuni giorni ed entrambi ci acquietammo, ma alcuni dubbi rimasero, tanto che non rimettemmo mai più piede nel negozio del robivecchi. Un mese dopo il vecchio chiuse baracca. Non sapemmo mai se avesse venduto la proprietà o se si fosse spostato. In ogni caso non lo rivedemmo mai più. La piccola Sara non venne mai ritrovata e la polizia, dopo tre mesi di ricerche, archiviò il caso.
Sono passati tanti anni. Il mio caro amico Daniele non c’è più. Amava le moto, ed un’automobile impazzita lo prese in pieno, un brutto giorno d’aprile…
Adesso solamente io ricordo ancora questa storia. Mentre riguardo quei fumetti acquistati dal robivecchi, mi tornano in mente le felici giornate della mia infanzia, la spensieratezza e la genuina follia senza prezzo della gioventù. E quando penso a quel vecchio con quei grossi occhiali e la sigaretta dal filtro bianco, sento ancora un brivido percorrermi la schiena.

Aeribella Lastelle – 1996

martedì 22 settembre 2009

IL REGNO DELLE OMBRE

Piangevo.
Piangevo per nessuna ragione in particolare.
Piangevo perché mi sentivo triste, perché qualcosa d’importante era finito, perché il giorno si stava per chiudere, e le ombre della sera venivano a reclamare il loro regno.
Piangevo per mille motivi, o forse solamente perché volevo essere consolata.
Piangevo seduta sui gradini di casa, la porta aperta alle mie spalle, così potevo sentire suonare lo stereo dal piano di sopra, il vecchio Tim Buckley.
Il bambino si avvicinò silenzioso e si sedette accanto a me. Lo conoscevo bene. Abitava dall’altro lato della strada e tutti i giorni lo vedevo uscire di casa con una grossa cartella rossa. Il suo nome era Leonardo, ma i suoi amici lo chiamavano Nio.
«Signorina Lastelle, perché piange?»
La voce dei bambini ha proprietà magiche. Penetra gli scudi degli adulti come una lama rovente nel burro, e va subito a toccare l’intimo.
«Ciao Nio. Oh niente, sono solo un po’ triste…» mentii. Provai vergogna. Io, l’adulta, la ragazza mancata, la signora mai stata, lo scherzo chiamato donna del ventunesimo secolo. Mentire a un ragazzino…
«Ha paura delle ombre?» mi chiese.
Le ombre sono delle bastarde, lo sapete vero? Specialmente in quelle giornate di maggio, piene di colori caldi, e fuori si sta in maglietta, ed è una meraviglia. Ma poi le ombre incominciano ad allungarsi, il sole penzola all’orizzonte e allora la maglietta non ti basta più. Arrivano i brividi agli avambracci, quelli che ti dovrebbero far sentire viva, ma che invece ti ricordano la tua caducità.
«Un po’…» confessai.
«Si, anch’io ho paura delle ombre, ma conosco un segreto per scacciarle.»
«Davvero?»
«Si. Vuole conoscerlo anche lei?»
Gli occhi di Nio brillavano d’aspettativa. I miei, grazie a lui, avevano smesso di inondarmi il volto.
«Nei sarei felice» ammisi.
«Ecco qui.»
Dalla tasca dei pantaloni tirò fuori una piccola torcia elettrica, di quelle da attaccare al portachiavi.
«Quando le ombre si fanno davvero insidiose, li sparo addosso la mia lucina. Così mi accorgo di quanto sono innocue. Basta una lampadina per farle scappare…»
«È un’ottima idea, Nio.»
«Lei ce l’ha una lampadina?»
«Sfortunatamente no.»
«Allora prenda questa. Io ne ho altre due a casa.»
«Ma non posso accettare…»
Ma per fortuna i bambini non capiscono il significato delle buone maniere. Mi mise in mano la torcia e mi salutò.
Di sopra Tim Buckley aveva finito di lamentarsi. “Maledette ombre, stasera ve lo faccio vedere io!” pensai, rientrando in casa. Avevo voglia di sentire quella babuska di Kate, e di aprirmi una bottiglia di buon vino.
Dopo quel giorno non ho mai smesso di portarmi dietro una lampadina. Pensatela come vi pare, ma mi fa sentire piú tranquilla…

Aeribella Lastelle 2009

domenica 20 settembre 2009

MUJINA

Il taxi si ferma proprio davanti al portone di casa. Scendo. Corro. La pioggia battente mi scivola addosso. È buio pesto, ma non ho bisogno di cercare le chiavi. Le ho in mano.
Entro. Tremo. Barcollo. I capelli bagnati sulla faccia. Scaravento per terra la borsa, il cappotto, le scarpe. Sento ancora l’odore di lui.
Raggiungo la porta del bagno. Le lacrime si mischiano alla pioggia, ma sulle labbra rimangono amare. Accendo la luce sopra lo specchio. Non posso guardare!
Rievoco gli abbracci, le carezze, il piacere. In un’ora mi sono giocata la vita.
Guardo su. Urlo. Dov’è il mio volto?

Aeribella Lstelle 2008 per 101 Parole

mercoledì 16 settembre 2009

BOLLA DI SAPONE

L’alito di un bimbo sorridente nasconde un’oncia di magia. Per questo motivo prendo forma e mi sollevo, volteggio presa per mano da una brezza, mi libro nell’aria e faccio festa. Con le altre ingaggio un girotondo, l’allegra danza, e se posso mi fingo perla di luce, oppure sfera di cristallo. Sono la figlia dell’incantesimo.
Una vita effimera certo, attimi fuggenti, le risa di un bambino, il sole che mi bagna ed io che lo rifletto, tatuandomi d’arcobaleno.
E poi sempre più su, verso le nuvole. Tre, quattro cinque metri d’altezza. Guardo giù e penso: “Volo!”. Ma è solo un attimo… puff!

Aeribella Lastelle per 101 Parole - 2008

venerdì 11 settembre 2009

C'ERA UNA VOLTA...


Maddalene conserva negli occhi i sogni di suo padre. L’ha lasciata una notte d’inverno, su quella curva a gomito a poche centinaia di metri da casa. L’asfalto era bagnato. Il buio e poi la nebbia, che ricopriva ogni cosa, come la patina di povere che riveste i mobili antichi, come il tempo che si adagia sui ricordi offuscandoli, senza mai però cancellarli. Poteva andarci piano il vecchio, almeno per quella sera. Tre, forse quattro birre al pub con i vecchi amici. Non era ubriaco. Forse dannatamente sicuro di se. Pensava di conoscerla come le sue tasche quella strada. Credeva di avere il controllo dell’auto, fingendosi pilota, per una volta soltanto. Chissà cosa gli passava per la testa. Forse semplicemente la sicurezza che solo una manciata di minuti lo separavano dal caldo abbraccio di casa sua, dalle carezze di sua moglie, dal leggero e rassicurante respiro di sua figlia che dormiva. Lei lo sapeva che prima di andare a letto lui accostava l’orecchio alla porta per assicurarsi che tutto andava bene. Lo aveva sempre fatto, fin da quando era nata.
Maddalene aveva appena undici anni quando sua madre le disse che papà non sarebbe mai più ritornato. Sono passati sei lunghi inverni e da allora molto è cambiato. Aveva ceduto subito alla dilaniante necessità di conoscere quell’uomo, che ai suoi occhi era sempre stato in qualche modo sfuggente. In lui come in ogni padre vi era un lato giocoso ed uno serio. Ma nel suo sguardo dimorava qualcosa di remoto. Niente di scabroso da dover nascondere, o di bizzarro da doversi vergognare. Gli adulti la chiamavano “riservatezza”. Ma negli occhi di quell’uomo c’era di più.
Maddalene incominciò a leggere gli appunti di suo padre il giorno dopo il suo funerale. Era un pomeriggio freddo ma solare, la falsa promessa di una primavera alle porte. Invece l’inverno era appena incominciato. Lo scheletro del castagno davanti a casa ne era testimone.
Sua madre sembrava volesse mettersi alle spalle la tragedia il più in fretta possibile. Aveva riempito tre grossi scatoloni della roba del marito e li aveva sistemati nel sottoscala. In uno di questi c’erano una decina di quadernoni a copertina rigida scritti fittamente. Maddalene ne aveva afferrato uno e, senza farsi vedere dalla madre, se l’era portato in camera da letto.
Ben presto scoprì che l’unico modo per trattenere le lacrime era leggere quei quaderni. Dieci, cento, mille storie fantastiche, paesi meravigliosi, personaggi e creature straordinarie, interi universi nati dalla fantasia di quell’uomo. Chi era stato suo padre? Forse non sarebbe mai riuscita a conoscerlo veramente, ma attraverso quelle storie imparò ad amarlo in maniera molto speciale.
Oggi Maddalene conosce a memoria quei mondi. Le terre di Odyon, nei mari sperduti del sud, la principessa Rielell, cieca ma capace di leggere il cuore degli uomini, e poi Kydro il guerriero serpente, costretto a vivere lontano dalla sua gente perché considerato impuro. Decine di volte ha letto le storie di Flamal, il prigioniero del tempo, un uomo corrotto dal potere e condannato alla più crudele delle vite immortali. E poi il gigante Neir, figlio di un dio e di una prostituta, caduto sull’isola di Maroi per riportare alla ragione i suoi abitanti, corrosi dall’intolleranza e dal dogmatismo. E infine la splendida Aicella, strega e sacerdotessa del tempio di Caralla, figlia del mago Sokris e acerrima nemica di Tasamo il mezzosangue, un uomo che dal dolore è riuscito ad attingere solo crudeltà. E in ogni storia dimora un protagonista, un uomo dalle molte facce, che si aggira intrepido nelle terre di sogno. Il suo nome peró è uno solo, Argodar, e senza spiegarsi il motivo Maddalen riconosce in lui suo padre. Leggere le sue avventure è come essergli accanto.
Sono passati sei anni dalla sua morte. Il dolore non scompare, ma si traveste. A volte il travestimento può bastare. S’impara a conviverci.
Maddalene coltiva un sogno nel suo cuore; rendere partecipi di queste storie altri bambini. Siede davanti allo schermo del suo computer. Il cursore lampeggia in alto, scandendo una misura del tempo tutta sua. Secondi, ore, ere geologiche…
Maddalene tira un sospiro, ed è come un tuffo nel vuoto. Le dita sopra la tastiera. Tre parole per iniziare…
“C’era una volta…”.

Aeribella Lastelle - 2008