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giovedì 7 febbraio 2013
LA LISTA DELLA SPESA
La velocità con cui Sabrina muove le sue dita smaltate sulla tastiera digitale del suo smartphone ha dell'incredibile. Ha polpastrelli leggeri, falangi affusolate, la pelle tesa e rosea da adolescente, e nonostante i quindici millimetri abbondanti di unghie perfette, sfiora con sicurezza le lettere del quadro, mozzando le parole di tanto in tanto, come vuole il costume della new generation. Lei è sdraiata sul divano, la schiena appoggiata su una montagna di cuscini, mentre io sono in cucina che la guardo, mentre sbatto delle uova in una ciotola.
- Ti va la frittata?
- Eh?
Non mi ha sentito. È completamente assorbita dalle sue chat multiple. Sorrido, perché la capisco... e forse un giorno capirà anche lei.
- Dicevo, ti va una frittata?
- Si, okay papà...
Com'è che è cresciuta così in fretta? La domanda me la pongo ormai ogni giorno. È una domanda che mi fa sentire sciocco, ma che non posso fare a meno di chiedermi. Un giorno è in camera sua circondata dalle Wings, e il giorno dopo la vedo mano nella mano con Gabriele, il suo primo ragazzo. Tutto regolare, come da copione.
L'uovo sfrigola nella padella... ci ho aggiunto anche delle strisce di prosciutto, poi spolvero un po' di parmigiano...
- Dai, vieni che è pronta...
Lei si siede davanti a me e tiene ancora in mano il suo telefonino.
- Che ne dici di concederci dieci minuti senza tecnologia, solo noi due e la frittata? - propongo, guardandola con un sorriso.
- Si, aspetta che saluto Gabri... - E si mette a scegliere l'emoticon più adatta; un orsacchiotto pronto all'abbraccio.
Il pranzo del giovedì lo passiamo sempre insieme. Lei esce prima da scuola, il piccolo Samuele fa il tempo pieno ed io ho il mio giorno libero; così vuole la routine, e a me la cosa piace da matti.
- Ti ricordi vero che devi andare a prendere Samuele nel pomeriggio. Mamma è in palestra fino alle cinque...
- Si, certo... tranquillo...
- Beh, lo sai che sono sempre tranquillo...
- Anche troppo direi...
Sorrido, lei sorride, il sole entra con forza dalla finestra e la primavera è a meno di una settimana da noi. Il quadro è praticamente idilliaco...
- Senti, ma te e mamma... insomma... quando vi siete accorti di essere innamorati?
La domanda è inaspettata, ma da un po' di tempo non ho più bisogno di pensare alle giuste risposte. Mi vengono alla bocca da sole. Dev'essere per via della quiete...
- Beh, quasi subito... un paio di settimane credo...
- Ah... e quindi sapevate già che eravate fatti l'una per l'altra...
- Oh, certamente... lo credevamo con tutti noi stessi...
- Davvero?
- Certo... ma avevamo torto, ovviamente.
Lei mi guarda arricciando le sopracciglia. Crede che stia scherzando, ma io sorrido sornione... la voglio prendere al l'amo questa volta.
- Che vuoi dire?
- Vedi, bisogna fare una bella distinzione tra l'innamoramento e il vero amore. In realtà si trovano agli opposti...
- Ovvero?
- Di solito è proprio quando ti disinnamori di qualcuno che hai la grande opportunità di sapere che cos'è il vero amore. Il passaggio in realtà è quasi obbligato. Prima ti innamori, poi la passione finisce e finalmente vedi l'altro per quello che è in realtà, non più il mezzo per soddisfare i tuoi desideri, ma la persona che è. E amare significa proprio questo: vedere la realtà.
- Non credo di aver capito...
- Ma certo che no... Vedi, si dice che l'amore sia cieco. In realtà è l'innamoramento che è cieco, mentre l'amore ci vede benissimo...
- Ma quando la passione finisce l'amore finisce... non è così?
- No, subentra semplicemente un nuovo desiderio da colmare, e quando lasci che la tua felicità dipenda dal soddisfacimento dei tuoi desideri, questi diventano la tua droga.
- Scusa, ma che c'è di male ad innamorasi? Ad esempio, Gabriele è davvero fantastico, te lo conosci ormai... è simpatico, tranquillo, non si monta la testa come tanti cretini, e poi è un sognatore... te stravedi per i sognatori...
- Lo sai cosa hai appena fatto? Hai illustrato la tua lista per la spesa...
- Cosa?
- Simpatico, tranquillo, umile, sognatore... questa è la tua lista per la spesa. Esci la mattina, vai a scuola, chiacchieri con gli amici, e se trovi qualcuno che soddisfa la tua lista (e magari è anche carino), allora ecco che te ne innamori. Però il tempo passa, le persone cambiano, ma soprattutto i desideri, ovvero le liste per la spesa, cambiano, e dopo un po' vedi quella persona che credevi Mister Perfect per quello che è in realtà. E quello è il vero amore.
- Quindi secondo te per amare realmente Gabri dovrei disinnamorarmi?
- Beh, più o meno...
Lei mi guarda con due occhioni carichi di mascara. So esattamente cosa sta pensando: “papà, smettila di dire cavolate!!!” Allora sorrido e le dico: - Finisci la frittata e non ci pensare. Ne avrai di tempo per capire...
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sabato 13 febbraio 2010
RADIO BLUES
La radio sta andando con un mood lento, da estate, perché fuori non tira un alito di vento ed è pieno di dannati moscerini. É rimasta solo lei a raccontarmi le storie, vecchia scatola nera con l’antenna rotta, riesci ancora a prendere quella stazione blues, e chissà perché continua a trasmettere. Ma quanti ubriaconi come me vivono in questa maledetta città, e ascoltano vecchi pezzi di Tom Waits e dei primi Deep Purple? Quanti?
Lei se n’é andata. É già passata una settimana e non accenna a piovere. La pioggia fa cambiare gli odori, sapete? Non sopporto più di sentire il suo profumo dappertutto, in camera, in salotto, in auto, persino nello scantinato, tra gli scatoloni ammuffiti e la catasta di legna per il camino.
Ve lo dico subito, così evito di prendervi per il culo; la colpa é solo mia. Quando sei lì con una birra di troppo nello stomaco e una perfetta sconosciuta che ti apre le gambe, se sei un vero uomo non ci capisci più niente. Non sai più distinguere il giusto dallo sbagliato. La vista ti s’annebbia, il male diventa bene, il bene diventa roba per poppanti, e il passato, i ricordi, i sacrifici e le meraviglie della vita di coppia, tutto questo diventa un’accozzaglia di colori sfumati, un’immagine poco chiara, come uno di quegli assurdi quadri moderni che piacciono così tanto ai ricchi. No, non sto cercando scusanti. Sto solo temporeggiando per vedere se finalmente questo tempo si decide a cambiare. Sento dei brontolii nella distanza, forse la tempesta é vicina, forse l’odore cambierà... forse.
Lee Hooker farfuglia di una donna che lo fregherà, e come lo capisco, in questo istante ti sono proprio vicino Johnny, vai, continua a strimpellare quelle corde e cantamela, cantagliela a quelle nuvole ancora troppo lontane, oltre le colline, le colline che abbiamo percorso in lungo e in largo, io e lei sul vecchio chopper. Cristo, perché te ne sei andata! Potevamo parlarne, potevamo passare anche questa, come ne abbiamo passate tante...
Il problema é che ne abbiamo parlato anche troppo, e quando non c’é più da parlare non ti rimane altro che bere. Bere, scrivere e ascoltare vecchi pezzi blues.
Ci siamo conosciuti a un rave per motociclisti nel lontano ’87. Ventidue anni insieme, ve ne rendete conto? Lei c’aveva due trecce platinate, sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, io invece a quel tempo ero ancora in forma, maglietta dei Motorhead e coda di cavallo, nera come il velluto. Oggi non posso dire altrettanto; il ventre ha risentito dei fiumi di birra passati e il crine si schiarito per l’età e ingiallito per le cicche. Però mi ritengo ancora un bel figliolo, altrimenti la rossa di l’altra sera non si sarebbe avventata così famelicamente sui mie calzoni. Maledetta rossa!
Era davvero bellissima la mia piccola. Le offrii la boccia di Jack e ce l’andammo a bere defilati, mentre il povero Ben Scott, pace all’anima sua, urlava dalle casse dell’apparecchio stereo. Al rave ci saranno state più di cento persone, ma era come se fossimo soli. Lei c’era venuta col suo ragazzo, ma quando mi vide lo mollò su due piedi. Ce ne tornammo a casa sulla mia prima Harley, forse il mio unico amore.
Cavolo, questi ricordi fanno troppo male, ma sono esattamente le scuse che cerco per versarmi un altro bicchiere. Tanto la radio continua il suo blues ed io per oggi non ho niente da fare. Anzi, per la verità la casa senza di lei é diventata un tugurio, avrei da fare la lavatrice, rimettere a posto la camera, lavare i piatti di tre giorni, ma non riesco proprio a muovermi da questo dannato divano, lo stesso su cui abbiamo fatto l’amore cento, forse mille volte. JD é quasi alla fine e incomincio a vedere storto, come quella sera balorda insieme alla rossa. Cacchio, ci mancava solo quel Bowie con la vocina stridula che mi racconta dei ragni marziani. Ma aspetta, forse aiuta... Le nuvole sono più vicine adesso.... ma si, é la radio, é come la danza della pioggia, quella degli indiani d’america, é la stessa cosa... forse se alzo il volume....
Goccioloni grandi come sassi battono il tempo insieme al vecchio Bob Dylan. Ci voleva proprio lui per far piovere. Ecco, l’odore é già cambiato, finalmente. Mi finisco il Jack e poi vado fuori a farmi lavare via la tristezza. Mi é tornato il buonumore, e se mi prende bene stasera scendo al bar per vedere se ribecco la rossa...
....perché il lato positivo di ogni brutta storia é che la storia può sempre cambiare.
GM Willo - 2009
sabato 7 novembre 2009
L'ULTIMA CICCA
«Lo sai che non sono venuto qui per parlare.»
Lo vidi frugare nervosamente nelle troppe tasche del giaccone imbottito, fino a quando un accenno di sorriso sancì il successo della sua ricerca.
Un rapido movimento ed il bagliore della fiamma illuminò quello che in passato era stato il nostro unico rifugio. Anche qui il tempo aveva lasciato segni incancellabili come quelli sui nostri volti.
Poco prima, nella penombra, si era annidato il sospetto che quei lunghi anni non fossero mai passati; la polvere e un colpo di tosse proveniente dall’altra stanza ci richiamarono bruscamente al presente.
«Passami la cicca» gli chiesi. E lui me la offrì, come aveva fatto mille volte prima, in un tempo magico ma ormai perduto. Sulle labbra sentii il suo sapore, mischiato a quello del filtro e della nicotina. Bastardo, pensai. Potevamo realizzare in nostri sogni, fare quello che abbiamo sempre sognato, ed invece…
«Come sta?» mi domandò. E che cazzo gliene fregava a lui! Vedova a trentacinque anni, con due bambini piccoli. Ecco che cosa rimaneva di me.
«Non lo senti? Sta morendo…» gli dissi. E aspirai forte quella dannata cicca, cercando di farmi venire un tumore fulminante. Quanto lo odiavo. Quanto lo desideravo!
«Senti, volevo dirti soltanto che mi dispiace…»
«Si, lo so…» e intanto pensavo “che stronzo! Scordati la cicca, perché non te la rendo!”.
«Comunque, grazie di essere passato. Adesso devo tornare da lui…»
«Certo. Se hai bisogno di qualcosa, non esitare…»
Esistono forze nascoste che ti permettono di fare cose impensabili. Attinsi a quelle per evitare di piangere, per non dargli anche quella soddisfazione.
«Va bene…»
«Ciao…»
«Ciao!»
Lo osservai salire in auto e tornare verso la città. La sigaretta era arrivata alla fine. Aspirai forte i suoi ultimi millimetri di tabacco e poi la gettai il più lontano possibile.
Fu la mia ultima cicca.
AUTORI: GM Willo, Gherardo, Ciccius, Lacate, Marcochao
lunedì 19 ottobre 2009
IL CUORE DELLA LUCERTOLA
E come cazzo dovrei stare, mi andrebbe di dirle. Invece rispondo “bene”, e sorrido pure. Non mi va di darle vantaggi. Ai suoi occhi voglio apparire forte, anche se dentro sono a pezzi, come se il cuore me l’avessero gettato nel tritacarne. Stronza! Sei anni insieme, e una mattina si sveglia e mi dice “non ti amo più!” Ma che cazzo vuol dire?!
«Ci sei domani? Se non disturbo verrei a prendere le ultime cose…»
Certo che disturbi. Disturbi ogni singolo minuto della mia giornata, perché non riesco a non pensare a te. Non dormo, non mangio, non posso neanche ad andare a lavoro senza che l’immagine del tuo volto venga ad ossessionarmi. Sei un virus, ecco cosa sei!
«No, ci mancherebbe. Vieni pure.»
Magari parliamo un po’, mi verrebbe da aggiungere. Ma abbiamo anche parlato troppo. E quando si parla troppo, non c’è più niente da dire. Ci sono i ricordi, che a me sembrano bellissimi e a lei non fanno il minimo effetto. Ci sono i rancori, e quelli lei li ricorda benissimo, mentre io me li sono già dimenticati. E poi ci sono i momenti d’indifferenza, e quelli sono la vera ragione per la quale lei verrà a prendersi le sue dannate ultime cose.
«Come va a lavoro?»
Ma che cazzo te ne frega! Non ti è mai interessato quello che faccio. Eh certo, perché prima t’interessavo io, adesso invece t’interessa solo rimanere amica, riprenderti le tue cose e non fare più scenate. Vuoi la dissolvenza, la chiusura col sorriso, il finale di Hollywood, i titoli di coda con i ringraziamenti, così poi ti potrai buttare a capofitto nel tuo prossimo film, senza sensi di colpa…
«Bene. Marzo è stato un buon mese…»
«Sono contenta. E poi distrarsi fa bene, non trovi?»
Questa te la potevi risparmiare, stronza! Chi vedi adesso? Ci dev’essere qualcuno, lo so. C’è sempre qualcuno, quando si cambia in questa maniera. Un po’ stronza lo sei sempre stata, ma mai così. Chi è? Un collega? Uno che hai incontrato in palestra? Uno che t’inforca dopo lo spinning?
«Si. Cerco di non pensarci, sai com’é…»
Patetico. No, non fare il patetico adesso. Ce l’hai quasi fatta. Tra poco arriva il bus, la saluti e te ne vai. Non tornare sull’argomento, altrimenti sei fregato…
«Vedi qualcuno?»
Ma perché non te ne stai un po’ zitta, troia! Si, vedo te, tutti i giorni, nella mia testa, ti guardo chiudendo gli occhi, vedo i tuoi capelli sparsi sul cuscino, le tue labbra che mi accarezzano, la tua lingua che gioca. Vedo sempre e solo te, capito… stronza!
«No, solo i miei amici, ogni tanto. Domenica andiamo a pescare.»
«Dove?»
«In montagna…»
«Bello…»
Ma che fine hai fatto autobus di merda! Sei in ritardo di sette minuti. Vuoi vedere che la corsa è saltata. Se è così mi tocca a farmi torturare per un altro quarto d’ora.
«Sai, io vedo qualcuno… Volevo dirtelo, perché mi piace essere sincera.»
Che sorpresa! Ma davvero?
«Sai che ci tengo alla nostra amicizia…»
«E se ti spingessi sotto l’autobus, che ne diresti?»
Troppo tardi. La frase mi esce senza pensarci. Perché sapete, a volte la linea che divide l’immaginazione con la realtà è talmente sottile…
Lei strabuzza gli occhi, rimane in silenzio, forse ha anche un po’ di paura. In quell’istante la vedo sotto una nuova luce, vulnerabile e stronza. Qualcosa ricomincia a battere dentro il petto. Il cuore è un muscolo strano. È come la coda delle lucertole. Lo puoi buttare nel tritacarne, ma quello ricresce, e torna a pulsare, più forte di prima.
«Guarda, quello è il tuo autobus. Ti aspetto domani per la roba. Ciao…»
Lei risponde con un timido ciao, sale sull’autobus e si dilegua.
La verità, specialmente la più crudele, può fare miracoli!
GM Willo 2009
martedì 22 settembre 2009
IL NUOVO SPETTACOLO
A volte può prenderti così, ti lasci andare e ti ritrovi davanti allo schermo bianco, con il cursore che lampeggia impaziente in alto a destra. Provo a pensare che sia tutta colpa dei fili che ci uniscono, una forza incontrollabile che ti spinge a comunicare, a provare a capire e spiegare. Me li immagino questi fili lunghissimi e sottili, sopra le nostre teste, da una parte all'altra della città e del continente. Non è tecnologia. Ci sono sempre stati.
A volte si toccano. Spesso si rompono. Quando riescono ad intrecciarsi bene formano delle corde più salde. E corrono sempre sopra le nostre teste. Noi ci allunghiamo e quando ne abbiamo bisogno ne afferriamo uno. Riuscirà a sorreggerci?
Ho sentito T. stasera. Gli ho mandato un messaggio ed erano sei mesi che non sentivo la sua voce. Mi ha chiamato subito dopo.
«Ciao G., che bello risentirti ... »
«Maledetto, dove ti eri cacciato?»
«Un po' a giro, sai. Sto organizzando una mostra fuori, e poi altre cosine. Non ho avuto tempo neanche per respirare in questi ultimi mesi.»
«Me lo immagino. Ho visto due bozze degli ultimi tuoi lavori, quelli che hai lasciato da N., sai? Notevoli davvero. Soggetti un po' pesanti, alla vecchia maniera ... »
«Si, ho voglia di tornare alle prime cose, raschiare un po' il pentolone dei ricordi.»
«Già! Le vecchie storie che non muoiono mai ... »
«Eh si, lo hai detto!»
«Ma ci sei per il fine settimana? Che ne dici di andare da qualche parte a farci una bevuta?»
«Mi piacerebbe un sacco davvero, ma devo tornare via. Sai, per la mostra... »
«Ho capito. Beh, allora sentiamoci presto, ok? Aspetto tue notizie .... »
Ma so che non sentirò la voce di T. fino alla prossima mia chiamata. I fili esistono ancora ma gli intrecci si sono sciolti.
Esco. L'aria è quella frizzante di settembre.
È notte. I rumori della campagna vicina sono sussurri di storie antiche.
Un suono. È il rumore di un treno in lontananza, una voce fascinosa che mi ricorda quei viaggi di un tempo. Erano viaggi diversi, brevi ma lontani. Oggi atterro dall'altra parte del continente e non mi sembra neanche di essermi mosso da casa. A volte anche a piedi coprivamo distanze assurde. Il segreto era varcare quelle porte.
Le porte.
Nella notte di settembre scendo al fiume. Raccolgo dei sassi mentre cammino perché so che non ce ne saranno più in là. Sono diventato un uomo previdente, ma ho perso qualcosa. Un tempo sarei arrivato al fiume a mani vuote, ma guardandomi in giro avrei trovato quelle pietre che desideravo gettare. Non so perché, ma le avrei trovate.
Sulla superficie del fiume ci sono i riflessi dei lampioni. Gioco a colpirli con i sassi e loro mi regalano delle onde luminose. Mi giunge anche un suono grazioso: “gluc”. Lo conosco. Mi piace. Starei seduto per ore ad ascoltarlo.
Ripenso alla conversazione di stamattina col mio capo.
« ... non è che non mi interessa, è che in questo momento non me la sento.»
«Non te la senti? Ma come? Ti propongo un’occasione come questa e mi dici che non te la senti? Credevo che ne saresti stato più che felice ... »
«Beh, forse un paio di mesi fa, ma adesso non so... »
«Cosa non sai? Cazzo, adesso mi metti in difficoltà G.. Cioè, credevo che avresti accettato al volo e mi ero organizzato di conseguenza. Adesso che cazzo faccio?»
«Non so cosa dirti, davvero. È che ho bisogno proprio di tutt’altro in questo momento. Anzi, avrei bisogno di qualche giorno di ferie.»
«Addirittura! Allora sei messo veramente male. Quando sei entrato ti dovevamo fare andare a casa con la forza, e adesso ... »
«Si, lo so, ma è un periodo strano ... »
«Sai cosa ti dico? Prenditi una settimana. Rilassati. Hai solo le pile scariche. Vedrai che quando torni starai meglio.»
No, non starò meglio.
Questa e la fine di qualcosa, lo sento. Sono i titoli di coda, o forse è già l'intervallo tra uno spettacolo e l'altro. La musica è soffusa, le luci sono accese e la gente è al bar a prendere da bere. Ma io non so come è finito il film.
Tra le mani mi ritrovo una pietra piatta. Cerco di farla saltare sull'acqua. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei... No, erano solo cinque.
Si cerca sempre di fare qualcosa di più, di essere più bravi degli altri. È tutta una rincorsa, e riprendi fiato solo nell'intervallo. In quel breve momento ti fai una bevuta, tiri un respiro e poi riparti. Ma non provare a domandarti cosa stai rincorrendo, altrimenti rimpiangerai il prezzo del biglietto.
Mi accendo un sigaretta. Mi piace vederla consumarsi di rosso mentre aspiro la sua mortale nicotina. Mi piace il fumo grigio che sprigiona nella notte. Mi piace quel suo gusto denso e stordente. Credo che il piacere più grande sia quello di sapermi ancora sopravvissuto a lei, che ormai è gia una cicca tra le mie mani.
Siamo pronti per il nuovo spettacolo?
GM Willo 2002
lunedì 21 settembre 2009
L'ANELLO
«Ce l’hai al dito…»
«Ma no, non la fede. L’anello che avevo al mignolo, quello fine d’argento…»
«Avevi un anello al mignolo?»
«Ma certo… che fai, mi prendi in giro?»
«Ti giuro che non te l’ho mai visto… ma sei sicuro?»
«Certo che sono sicuro…»
Quinto Bertocchi se ne esce di casa alle otto meno un quarto, in leggero ritardo e con un evidente malumore. Si guarda il dito mignolo mentre poggia le mani sul volante, e prova a ricordare dove potrebbe essere andato a finire il suo anello. Nonostante il traffico, la radio, il mal tempo e gli appuntamenti di lavoro, non riesce a pensare ad altro. Appena entra in ufficio convoca la sua segretaria.
«Teresa, hai per caso visto il mio anello?»
«La fede nuziale?»
«No, quella ce l’ho. Sto parlando del piccolo cerchio d’argento che avevo al mignolo, si ricorda?»
La segretaria prende tempo per far finta di ricordare e poi scuote la testa.
«No, sinceramente…»
«Ma come no…» la interrompe l’ingegner Bertocchi, leggermente infastidito.
«…aspetti, ora che ci penso, mi sembra di ricordare qualcosa. Però non l’ho visto» mente lei.
«Ecco, lo sapevo! Mia moglie voleva farmi passare per scemo.»
«Mi scusi?»
«No, niente… »
«Ha provato a vedere nel bagno? Magari se lo è tolto ieri per lavarsi le mani e poi lo ha dimenticato sul lavandino.»
«Si, ottima idea. Andrò subito a vedere.»
Teresa se ne torna alla sua scrivania, felice di lasciare il capo alle sue beghe. Lui perlustra da cima a fondo ufficio e bagno ma non trova nulla. Si prova a mettere a lavorare, ma non riesce a concentrarsi. Attende rovellandosi l’ora di pranzo.
«Giorgio, ti ricordi dell’anello che avevo al dito?»
Al tavolino del bar sotto gli uffici siedono Matteo Franceschini, Giorgio Pirani e il nostro Quinto Bertocchi. Insalatina, capaccio di bresaola, prosciutto e melone e tre bicchieri di vino bianco, leggero perché dopo si torna a lavorare.
«Un anello?»
«Esattamente! Qui al mignolo, avevo un anello d’argento, come una piccola fede.»
«Ma sai, io sono un po’ distratto con queste cose. Ricordo a malapena quello che ho mangiato a colazione.»
«E tu, Franceschini?»
«Cosa?»
«Mi hai mai visto un anello a questo dito?»
Lui alza la testa dal carpaccio, ci pensa un po’, o come la Teresa fa finta di pensarci, e poi risponde di no.
«Questa storia è davvero strana, sapete? È come se questo anello me lo fossi inventato. Nessuno lo ricorda, ma sono sicurissimo di averlo avuto al dito, almeno fino a ieri sera.»
«Beh, se sei sicuro allora ce lo avevi.» risponde l’ingegner Pirani.
«La gente è distratta, sai com’é…» aggiunge l’avvocato Franceschini.
«Si, ma neanche mia moglie se lo ricorda…»
«Sabato scorso sono passato dall’edicola e ho comprato una rivista di fotografia» racconta Giorgio, «e mia moglie è rimasta sorpresa. Si era completamente dimenticata che è dai tempi del liceo che sono un fotoamatore. È un mondo troppo veloce, nessuno riesce più a stare dietro a tutto… Non preoccuparti Quinto…»
Ma le parole di conforto dell’ingegner Pirani non riescono a tranquillizzarlo. Alle tre e mezzo decide di tornarsene a casa, che tanto di lavorare non se ne parla nemmeno.
L’ingegner Bertocchi è un tipo preciso. Non perde mai nulla perché ogni cosa ha un suo posto, sia nel mondo materiale che nella sua testa. Per questo motivo la faccenda dell’anello lo turba. È tentato di mettere a soqquadro la casa, ma invece si limita a cercare senza smuovere gli oggetti. Si sforza di ricordare, un’immagine, un’occasione, un rituale della sua vita super programmata. Niente.
Sua moglie torna alle sei e quaranta. Lui ha preparato un risotto che mangiano insieme guardando il telegiornale. Vorrebbe chiederle nuovamente dell’anello ma teme un’altra smentita. Siedono in silenzio, si fumano un paio di sigarette, poi lei lascia il tavolo con la scusa di dover finire del lavoro per il giorno dopo. Sparisce nello studio mentre alla TV passano lo sport.
Quinto si alza, spenge l’apparecchio e si mette il cappotto.
«Esco a comprare le sigarette. Ti serve niente?» domanda alla moglie attraverso la porta chiusa dello studio. Lei risponde di no e un secondo più tardi lui è già fuori.
Gira a vuoto per le strade del centro, nel silenzio ristoratore dell’abitacolo della sua auto. Si chiede se non stia per impazzire. Succede a volte, come a quel vecchio collega che si era imbottito di pasticche. Quand’è che era successo? Un mese prima? Lo ricorda bene quel collega, Marzio Frignani, quarantotto anni, due figli. Quella mattina presero il caffè insieme, lo ricorda benissimo, e mentre alzava la tazzina c’era il suo anello, certo, come poteva dimenticarlo. No, non era pazzo…
Accosta l’auto, slaccia la cintura e incomincia a perquisirla da cima a fondo. Dietro i sedili, sotto i tappetini, dentro gli scomparti laterali. Si aiuta con una torcia elettrica che estrae da dentro al cruscotto. Passano i minuti, fuori piove ma deve tenere gli sportelli aperti se vuole fare un buon lavoro. Quando finalmente si convince che dell’anello non vi è traccia, ha i pantaloni completamente bagnati. Sprofonda sul sedile, tira un sospiro, si accende una sigaretta e guarda fuori attraverso lo sportello spalancato. Un uomo lo osserva dall’altra parte della strada.
«Che c’è?» gli urla. È infastidito, quasi rabbioso, ammazzerebbe una persona solo per darsi un contegno.
L’uomo ha un ombrello e un soprabito grigio. Fuori è troppo buio per distinguere i suoi lineamenti.
«Ha bisogno di una mano?» domanda gentilmente.
«Ho perso il mio anello…»
«Mi dispiace.»
Quella risposta lo scuote. Per la prima volta in tutta la giornata qualcuno lo aveva fatto sentire meglio.
«Gentile da parte sua. Ma vede, il problema è che non sono più sicuro che ce lo avessi…»
«Non ricorda di avere avuto quell’anello?»
«No, io lo ricordo benissimo. Sono gli altri che non se lo ricordano. Persino mia moglie, si figuri…»
«Così lei pensa di essere sul punto d’impazzire…»
«Si…»
La città è deserta, i lampioni si riflettono sull’asfalto bagnato, la pioggia continua a battere.
«Lei non sta cercando l’anello. Lei sta solo cercando di convincersi che non è mai esistito, ma per quanto si sforzi non riesce a dimenticarlo.»
«E se non fosse davvero mai esistito?»
«Beh, adesso esiste, non le pare? E per quanto lo voglia cancellare dalla sua testa, quell’anello esisterà sempre. Quindi, le do un consiglio; accetti semplicemente il fatto che lo ha perso, e non ci pensi più. Domani passi in gioielleria e ne compri uno nuovo, uguale a quello che crede di aver perduto. Poi lo mostri a sua moglie e suoi conoscenti e dica loro che lo ha ritrovato. Vedrà che non faranno una piega, e penseranno semplicemente di non averlo mai notato.»
Quinto Bertocchi alza la testa verso l’uomo con l’ombrello, immobile sull’altro lato della strada.
«Che significa tutto ciò?»
«Che nella vita a volte si rincorre e altre volte si è rincorsi, e non possiamo permetterci di rimanere ad aspettare chi è rimasto indietro» risponde misteriosamente lo sconosciuto, prima di rimettersi in cammino sulla strada buia.
Il giorno dopo l’ingegner Bertocchi seguì il consiglio dell’uomo con l’ombrello ed accadde esattamente quello che aveva previsto. Tutti quanti si convinsero di non aver mai notato l’anello ma nessuno se ne preoccupò.
Per Quinto Bertocchi quello fu anche il primo giorno della sua nuova vita. Nei mesi successivi lasciò il lavoro, la moglie e la città, e prese un treno che andava verso nord. Dal finestrino gettò via l’anello, e si augurò che qualcuno lo trovasse, e potesse iniziare a vedere le cose come adesso le vedeva lui.
Perché tutto esiste nel momento in cui lo si pensa.
GM Willo 2009
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