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giovedì 7 febbraio 2013

LA LISTA DELLA SPESA



La velocità con cui Sabrina muove le sue dita smaltate sulla tastiera digitale del suo smartphone ha dell'incredibile. Ha polpastrelli leggeri, falangi affusolate, la pelle tesa e rosea da adolescente, e nonostante i quindici millimetri abbondanti di unghie perfette, sfiora con sicurezza le lettere del quadro, mozzando le parole di tanto in tanto, come vuole il costume della new generation. Lei è sdraiata sul divano, la schiena appoggiata su una montagna di cuscini, mentre io sono in cucina che la guardo, mentre sbatto delle uova in una ciotola.
- Ti va la frittata?
- Eh?
Non mi ha sentito. È completamente assorbita dalle sue chat multiple. Sorrido, perché la capisco... e forse un giorno capirà anche lei.
- Dicevo, ti va una frittata?
- Si, okay papà...
Com'è che è cresciuta così in fretta? La domanda me la pongo ormai ogni giorno. È una domanda che mi fa sentire sciocco, ma che non posso fare a meno di chiedermi. Un giorno è in camera sua circondata dalle Wings, e il giorno dopo la vedo mano nella mano con Gabriele, il suo primo ragazzo. Tutto regolare, come da copione.
L'uovo sfrigola nella padella... ci ho aggiunto anche delle strisce di prosciutto, poi spolvero un po' di parmigiano...
- Dai, vieni che è pronta...
Lei si siede davanti a me e tiene ancora in mano il suo telefonino.
- Che ne dici di concederci dieci minuti senza tecnologia, solo noi due e la frittata? - propongo, guardandola con un sorriso.
- Si, aspetta che saluto Gabri... - E si mette a scegliere l'emoticon più adatta; un orsacchiotto pronto all'abbraccio.
Il pranzo del giovedì lo passiamo sempre insieme. Lei esce prima da scuola, il piccolo Samuele fa il tempo pieno ed io ho il mio giorno libero; così vuole la routine, e a me la cosa piace da matti.
- Ti ricordi vero che devi andare a prendere Samuele nel pomeriggio. Mamma è in palestra fino alle cinque...
- Si, certo... tranquillo...
- Beh, lo sai che sono sempre tranquillo...
- Anche troppo direi...
Sorrido, lei sorride, il sole entra con forza dalla finestra e la primavera è a meno di una settimana da noi. Il quadro è praticamente idilliaco...
- Senti, ma te e mamma... insomma... quando vi siete accorti di essere innamorati?
La domanda è inaspettata, ma da un po' di tempo non ho più bisogno di pensare alle giuste risposte. Mi vengono alla bocca da sole. Dev'essere per via della quiete...
- Beh, quasi subito... un paio di settimane credo...
- Ah... e quindi sapevate già che eravate fatti l'una per l'altra...
- Oh, certamente... lo credevamo con tutti noi stessi...
- Davvero?
- Certo... ma avevamo torto, ovviamente.
Lei mi guarda arricciando le sopracciglia. Crede che stia scherzando, ma io sorrido sornione... la voglio prendere al l'amo questa volta.
- Che vuoi dire?
- Vedi, bisogna fare una bella distinzione tra l'innamoramento e il vero amore. In realtà si trovano agli opposti...
- Ovvero?
- Di solito è proprio quando ti disinnamori di qualcuno che hai la grande opportunità di sapere che cos'è il vero amore. Il passaggio in realtà è quasi obbligato. Prima ti innamori, poi la passione finisce e finalmente vedi l'altro per quello che è in realtà, non più il mezzo per soddisfare i tuoi desideri, ma la persona che è. E amare significa proprio questo: vedere la realtà.
- Non credo di aver capito...
- Ma certo che no... Vedi, si dice che l'amore sia cieco. In realtà è l'innamoramento che è cieco, mentre l'amore ci vede benissimo...
- Ma quando la passione finisce l'amore finisce... non è così?
- No, subentra semplicemente un nuovo desiderio da colmare, e quando lasci che la tua felicità dipenda dal soddisfacimento dei tuoi desideri, questi diventano la tua droga.
- Scusa, ma che c'è di male ad innamorasi? Ad esempio, Gabriele è davvero fantastico, te lo conosci ormai... è simpatico, tranquillo, non si monta la testa come tanti cretini, e poi è un sognatore... te stravedi per i sognatori...
- Lo sai cosa hai appena fatto? Hai illustrato la tua lista per la spesa...
- Cosa?
- Simpatico, tranquillo, umile, sognatore... questa è la tua lista per la spesa. Esci la mattina, vai a scuola, chiacchieri con gli amici, e se trovi qualcuno che soddisfa la tua lista (e magari è anche carino), allora ecco che te ne innamori. Però il tempo passa, le persone cambiano, ma soprattutto i desideri, ovvero le liste per la spesa, cambiano, e dopo un po' vedi quella persona che credevi Mister Perfect per quello che è in realtà. E quello è il vero amore.
- Quindi secondo te per amare realmente Gabri dovrei disinnamorarmi?
- Beh, più o meno...
Lei mi guarda con due occhioni carichi di mascara. So esattamente cosa sta pensando: “papà, smettila di dire cavolate!!!” Allora sorrido e le dico: - Finisci la frittata e non ci pensare. Ne avrai di tempo per capire...

venerdì 11 settembre 2009

C'ERA UNA VOLTA...


Maddalene conserva negli occhi i sogni di suo padre. L’ha lasciata una notte d’inverno, su quella curva a gomito a poche centinaia di metri da casa. L’asfalto era bagnato. Il buio e poi la nebbia, che ricopriva ogni cosa, come la patina di povere che riveste i mobili antichi, come il tempo che si adagia sui ricordi offuscandoli, senza mai però cancellarli. Poteva andarci piano il vecchio, almeno per quella sera. Tre, forse quattro birre al pub con i vecchi amici. Non era ubriaco. Forse dannatamente sicuro di se. Pensava di conoscerla come le sue tasche quella strada. Credeva di avere il controllo dell’auto, fingendosi pilota, per una volta soltanto. Chissà cosa gli passava per la testa. Forse semplicemente la sicurezza che solo una manciata di minuti lo separavano dal caldo abbraccio di casa sua, dalle carezze di sua moglie, dal leggero e rassicurante respiro di sua figlia che dormiva. Lei lo sapeva che prima di andare a letto lui accostava l’orecchio alla porta per assicurarsi che tutto andava bene. Lo aveva sempre fatto, fin da quando era nata.
Maddalene aveva appena undici anni quando sua madre le disse che papà non sarebbe mai più ritornato. Sono passati sei lunghi inverni e da allora molto è cambiato. Aveva ceduto subito alla dilaniante necessità di conoscere quell’uomo, che ai suoi occhi era sempre stato in qualche modo sfuggente. In lui come in ogni padre vi era un lato giocoso ed uno serio. Ma nel suo sguardo dimorava qualcosa di remoto. Niente di scabroso da dover nascondere, o di bizzarro da doversi vergognare. Gli adulti la chiamavano “riservatezza”. Ma negli occhi di quell’uomo c’era di più.
Maddalene incominciò a leggere gli appunti di suo padre il giorno dopo il suo funerale. Era un pomeriggio freddo ma solare, la falsa promessa di una primavera alle porte. Invece l’inverno era appena incominciato. Lo scheletro del castagno davanti a casa ne era testimone.
Sua madre sembrava volesse mettersi alle spalle la tragedia il più in fretta possibile. Aveva riempito tre grossi scatoloni della roba del marito e li aveva sistemati nel sottoscala. In uno di questi c’erano una decina di quadernoni a copertina rigida scritti fittamente. Maddalene ne aveva afferrato uno e, senza farsi vedere dalla madre, se l’era portato in camera da letto.
Ben presto scoprì che l’unico modo per trattenere le lacrime era leggere quei quaderni. Dieci, cento, mille storie fantastiche, paesi meravigliosi, personaggi e creature straordinarie, interi universi nati dalla fantasia di quell’uomo. Chi era stato suo padre? Forse non sarebbe mai riuscita a conoscerlo veramente, ma attraverso quelle storie imparò ad amarlo in maniera molto speciale.
Oggi Maddalene conosce a memoria quei mondi. Le terre di Odyon, nei mari sperduti del sud, la principessa Rielell, cieca ma capace di leggere il cuore degli uomini, e poi Kydro il guerriero serpente, costretto a vivere lontano dalla sua gente perché considerato impuro. Decine di volte ha letto le storie di Flamal, il prigioniero del tempo, un uomo corrotto dal potere e condannato alla più crudele delle vite immortali. E poi il gigante Neir, figlio di un dio e di una prostituta, caduto sull’isola di Maroi per riportare alla ragione i suoi abitanti, corrosi dall’intolleranza e dal dogmatismo. E infine la splendida Aicella, strega e sacerdotessa del tempio di Caralla, figlia del mago Sokris e acerrima nemica di Tasamo il mezzosangue, un uomo che dal dolore è riuscito ad attingere solo crudeltà. E in ogni storia dimora un protagonista, un uomo dalle molte facce, che si aggira intrepido nelle terre di sogno. Il suo nome peró è uno solo, Argodar, e senza spiegarsi il motivo Maddalen riconosce in lui suo padre. Leggere le sue avventure è come essergli accanto.
Sono passati sei anni dalla sua morte. Il dolore non scompare, ma si traveste. A volte il travestimento può bastare. S’impara a conviverci.
Maddalene coltiva un sogno nel suo cuore; rendere partecipi di queste storie altri bambini. Siede davanti allo schermo del suo computer. Il cursore lampeggia in alto, scandendo una misura del tempo tutta sua. Secondi, ore, ere geologiche…
Maddalene tira un sospiro, ed è come un tuffo nel vuoto. Le dita sopra la tastiera. Tre parole per iniziare…
“C’era una volta…”.

Aeribella Lastelle - 2008