sabato 28 novembre 2009

LA NEBULOSA DEL CANCRO

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Che cosa nasconde quel messaggio, quell’assurda accozzaglia di simboli, quel suono ipnotico sparato da una distanza di milioni di anni luce?
Ve lo dico io cosa nasconde… è la voce di Dio, quella. E sapete cosa ci sta dicendo? Che siamo proprio dei coglioni!!
Lasciatemi parlare! Siete voi i pazzi, e ve ne accorgerete presto!
Nessun decodificatore è stato in grado di darci delle risposte sensate. Nessun algoritmo è capace di spezzare l’enigma. Ma provate ad ascoltare e riascoltare quel suono, nell’oscurità della vostra camera da letto, da soli, immergendovi totalmente nel vibrato. Io l’ho fatto, ed è stata una rivelazione.
Quella è la voce di Dio e ci sta dicendo che stiamo sbagliando tutto! Ci sta parlando dalle sue magioni, oltre lo spazio compreso, oltre le luci ed i suoni, oltre i fulcri incandescenti delle galassie, oltre lo zero assoluto nei remoti angoli del cosmo. I nostri maledetti marchingegni non sono in grado di carpire il significato della sua grandezza, il sottile insinuarsi delle note alte, appena percepibili, il lento e cadenzante ritmo delle tonalità grevi.
So già che volete farmi fuori, che probabilmente questo sarà l’ultimo discorso pubblico che sarò in grado di fare, per questo sento il bisogno di appellarmi a quel briciolo di umanità che ci è rimasta; la vostra, la mia, e quella di tutti gli altri, facce spiritate che ci guardano da oltre il vetro magico. Stiamo sbagliando, gente. Dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo ritrovare quello che abbiamo perduto.
Ascoltatemi! Domani io sarò solo un altro pazzo confinato alle periferie della civiltà. Avrò un altro nome, un nuovo lavoro, nuovi vicini. Non potrò rivelare la mia posizione né la mia vera identità. Non m’importa. Ma sappiate che tutti voi siete in grado di sentire quel messaggio.
Stanotte spengete le luci della vostra stanza e aprite la finestra. Guardate in alto, verso la Nebulosa del Cancro. Chiudete gli occhi ed ascoltate.
Dio vi parlerà, e vi sentirete come quando vostro padre vi beccava ad averne appena combinata una grossa. Ma, credetemi, questa volta non ve la caverete con una semplice sculacciata…

GM Willo 2009

mercoledì 18 novembre 2009

UN CONCETTO DI DIO

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Conoscevo Daniel da quando ero un ragazzo ed insieme andavamo ad uccidere i tramonti sulla collina più alta del paese. Quando lo vidi in quelle condizioni, la sera che mi recai da sua madre nella sua vecchia casa d’infanzia, quasi non lo riconobbi. Era completamente ricoperto di sudore, un liquido che emanava il fetore della follia, ed i suoi occhi si perdevano in idiote dimensioni, i peggiori incubi di una mente malata. Giaceva nel suo letto come una larva strisciante, un gomitolo di organi deturpati da un incomprensibile rivelazione.
Mi avvicinai al suo capezzale con parole facili ed ammalianti, ma lo sguardo che lui posò su di me era privo di significati. Mi guardava come se io fossi niente più che una piega dell’aria, un involucro vuoto. Certamente non vedeva in me il suo grande amico di un tempo.
Sua madre mi aveva raccontato quello che gli era successo, ma la conversazione avuta al telefono con la vecchia non mi aveva convinto molto. Sembrava che il bravo Daniel fosse coinvolto in qualche oscura storia di sette e di religioni, cose che un tempo il mio vecchio amico disprezzava. Ovviamente non le credevo, ma quando mi trovai davanti alla sua mente perduta, mi ricordai di quello che quella pazza di sua madre mi aveva detto al telefono. L’Ordine della Vuota Speranza, ecco come l’aveva chiamata quella strana setta alla quale da tempo il figlio dedicava tutte le sue energie. Ed il nome la diceva lunga.
Ad un tratto sembrò che gli occhi di quel misero essere che un tempo fumava segretamente insieme a me, sul passaggio sopra l’autostrada, intuissero la realtà di quel momento. Mi fissò e chiamò il mio nome, in un sussurro di pazzia, un lamento di una distorta creatura dalla vita breve ed immonda. Lo fissai, gli afferrai il braccio che mi porgeva e lo guardai in quelle orbite perdute nell’oblio. Mi sorrise e chiamò nuovamente il mio nome, e questa volta lo scandí come faceva un tempo, col sorriso che gli illuminava gli occhi. Ma fu solo un attimo, poi tornò lontano, dentro quelle assurde dimensioni.
Non ce la facevo più a reggere quella situazione. Volevo immediatamente delle risposte, volevo capire, dire qualcosa di utile ed uscire al più presto da quella casa. Assaporavo già la prossima sbornia, la notte che mi avrebbe colpito in faccia con le sue effimere illusioni. Adoravo quel materasso dove finivano tutte le mie notti, quella sensazione di finire un altro capitolo prima di addormentarmi. Tanto per continuare ad andare avanti.
Così lo spronai, gli chiesi cosa gli stesse succedendo, se riusciva a riconoscermi, dove era stato, e tante altre domande che forse non avrei mai dovuto chiedergli.
E lui mi parlò, in un maledetto attimo di lucidità rivelò il suo terribile segreto, una follia così incredibilmente credibile che avrebbe contorto la mente di chiunque. L’idea di questo suo Dio che è un mero spettatore delle nostre vite, un’entità bastarda del cosmo infinito ed orrendo, capitata per caso sulla nostra orbita, nelle nostre vite di perfette creature. Un Dio sadico che ci ha donato il potere della creatività, dell’evoluzione, solamente perché eravamo troppo noiosi quando ci mirò la prima volta. E mentre quella infima divinità se ne sta seduta a guardarci rotolare nel fango di ogni giorno, noi continuiamo a pensare che ci sia un qualcuno o un qualcosa di onnipotente che ci guida ed ispira. Come bambini aggrappati alla bugiarda promessa di un padre cattivo, continuiamo a credere nei nostri concetti di vita eterna, di divinità buona e clemente. Pensiamo a mondi perfetti al di là di questo, a vite che nascono e muoiono all’infinito. Cullandoci nel grande abbraccio di Madre Speranza, viviamo una vita fittizia, in cui l’unica realtà è quella di essere degli stupidi burattini per un entità contorta.
Questo mi disse quel mio amico di un tempo troppo lontano, prima che le sue vene si aprissero in un lago di sangue. Ma fu solamente un altro spettacolo per quell’assurda creatura che ci stava osservando.
Allora io pensai di andarmene, di fuggire l’inganno del mondo. E mi sedetti sotto un albero che mi proteggeva dalla pioggia insistente, dal sole che nei mesi caldi bruciava, e dalla chioma cadevano frutti, e a volte qualcuno passava di lì. Erano creature bellissime, donne con cui spendevo ore di amore, e i miei figli crebbero nell’idea che il sole nasceva per illuminare i frutti della terra, e che tutto era facile e semplice, come stringere un pugno di erba tra le mani. Bagnarsi le dita di rugiada.
I giorni passavano, le stagioni volavano, i colori cangianti mi raccontavano la storia del tempo. Non avevo bisogno di altro.
Presto mi accorsi che quel Dio si era annoiato dì me e se ne era andato alla ricerca di un altro mondo. Così risi e continuai a vivere in semplicità.

GM Willo 2002

sabato 7 novembre 2009

L'ULTIMA CICCA

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«Che diavolo sei venuto a fare qui se non abbiamo più niente da dirci?»
«Lo sai che non sono venuto qui per parlare.»
Lo vidi frugare nervosamente nelle troppe tasche del giaccone imbottito, fino a quando un accenno di sorriso sancì il successo della sua ricerca.
Un rapido movimento ed il bagliore della fiamma illuminò quello che in passato era stato il nostro unico rifugio. Anche qui il tempo aveva lasciato segni incancellabili come quelli sui nostri volti.
Poco prima, nella penombra, si era annidato il sospetto che quei lunghi anni non fossero mai passati; la polvere e un colpo di tosse proveniente dall’altra stanza ci richiamarono bruscamente al presente.
«Passami la cicca» gli chiesi. E lui me la offrì, come aveva fatto mille volte prima, in un tempo magico ma ormai perduto. Sulle labbra sentii il suo sapore, mischiato a quello del filtro e della nicotina. Bastardo, pensai. Potevamo realizzare in nostri sogni, fare quello che abbiamo sempre sognato, ed invece…
«Come sta?» mi domandò. E che cazzo gliene fregava a lui! Vedova a trentacinque anni, con due bambini piccoli. Ecco che cosa rimaneva di me.
«Non lo senti? Sta morendo…» gli dissi. E aspirai forte quella dannata cicca, cercando di farmi venire un tumore fulminante. Quanto lo odiavo. Quanto lo desideravo!
«Senti, volevo dirti soltanto che mi dispiace…»
«Si, lo so…» e intanto pensavo “che stronzo! Scordati la cicca, perché non te la rendo!”.
«Comunque, grazie di essere passato. Adesso devo tornare da lui…»
«Certo. Se hai bisogno di qualcosa, non esitare…»
Esistono forze nascoste che ti permettono di fare cose impensabili. Attinsi a quelle per evitare di piangere, per non dargli anche quella soddisfazione.
«Va bene…»
«Ciao…»
«Ciao!»
Lo osservai salire in auto e tornare verso la città. La sigaretta era arrivata alla fine. Aspirai forte i suoi ultimi millimetri di tabacco e poi la gettai il più lontano possibile.
Fu la mia ultima cicca.

AUTORI: GM Willo, Gherardo, Ciccius, Lacate, Marcochao

martedì 27 ottobre 2009

YOAK

yoak

Le notti si facevano più fredde, e ciò era un bene e un male per Yoak. La sua vita sarebbe stata più dura, ma anche più breve. In ogni caso alla fine tutto sarebbe andato per il meglio, ne era sicuro.
Il cielo prometteva pioggia, ma non per questo i bar sarebbero rimasti chiusi. Lui se ne stava tranquillo a fumarsi la sua prima sigaretta della giornata, disteso sul divano del suo ultimo amico, troppo demotivato per spingersi fino alla cucina per il caffè. Il suo unico impegno consisteva nel cullare i suoi prospetti alcolici quotidiani e progettare la fine degli ultimi legami che lo tenevano unito al mondo. Niente di più facile, se non avevi più nulla da perdere ….
…e Yoak non possedeva più niente.
Afferrò distrattamente il giornale sul pavimento, ma non ci pensò neanche a leggerlo. Eppure riusciva a percepire distrattamente gli articoli in grassetto, notizie che lo facevano sbellicare e sentire ancora più forte e convinto. La sua fine era vicina.
Dopo un tempo indeterminabile raggiunse la doccia, lasciando il caos dietro di se e sapendo di provocare l’ira del suo ultimo ormai non più amico. Poi uscì di casa.
Era libero, questo lo sapeva, ma sentirlo ogni nuovo giorno nelle narici che si aprivano al vento era sempre qualcosa di diverso. Aveva bisogno di autocontrollo per non sbandare; delineava la sua meta prima di incamminarsi.
Yoak aveva deciso di andarsene e nessuno cercava più dì fermarlo. Egli aveva fatto parte di un meccanismo perfetto che gli altri chiamavano vita, e per un po’ si era
convinto che tutto procedeva come doveva procedere. Poi un giorno alzandosi si era visto
capovolto, con i piedi poggiati al soffitto e la bocca che parlava una bizzarra lingua
contraria con frasi tipo “atset id lam ehc ioh”, e il tempo che scorreva o troppo veloce o troppo lentamente. Forse aveva visto finalmente come stavano le cose, o forse aveva dei grossi problemi…..
…comunque aveva deciso dì finirla
Non era servito neanche chiedere aiuto agli amici. Quest’ultimi battevano strade diverse in quel periodo; non potevano capire.
Fuori dal mondo e prigioniero di questo, ecco il nostro eroe, Yoak.
Quel giorno lasciò la casa del suo migliore amico per bersi l’intero pomeriggio e la sera che ne seguì. Nessuna parola fece deviare il suo corso.
Il suo palato accettava solo un alfabeto, la sua ragione era stimolata solo dalle poche cose in cui credeva.
Yoak non era mai stato parte di questo mondo e non lo sarebbe mai stato.
Alla fine ci regalò a tutti un tenero “addio”.

GM Willo - Ottobre 2000

lunedì 19 ottobre 2009

IL CUORE DELLA LUCERTOLA

«Ciao, come stai?»
E come cazzo dovrei stare, mi andrebbe di dirle. Invece rispondo “bene”, e sorrido pure. Non mi va di darle vantaggi. Ai suoi occhi voglio apparire forte, anche se dentro sono a pezzi, come se il cuore me l’avessero gettato nel tritacarne. Stronza! Sei anni insieme, e una mattina si sveglia e mi dice “non ti amo più!” Ma che cazzo vuol dire?!
«Ci sei domani? Se non disturbo verrei a prendere le ultime cose…»
Certo che disturbi. Disturbi ogni singolo minuto della mia giornata, perché non riesco a non pensare a te. Non dormo, non mangio, non posso neanche ad andare a lavoro senza che l’immagine del tuo volto venga ad ossessionarmi. Sei un virus, ecco cosa sei!
«No, ci mancherebbe. Vieni pure.»
Magari parliamo un po’, mi verrebbe da aggiungere. Ma abbiamo anche parlato troppo. E quando si parla troppo, non c’è più niente da dire. Ci sono i ricordi, che a me sembrano bellissimi e a lei non fanno il minimo effetto. Ci sono i rancori, e quelli lei li ricorda benissimo, mentre io me li sono già dimenticati. E poi ci sono i momenti d’indifferenza, e quelli sono la vera ragione per la quale lei verrà a prendersi le sue dannate ultime cose.
«Come va a lavoro?»
Ma che cazzo te ne frega! Non ti è mai interessato quello che faccio. Eh certo, perché prima t’interessavo io, adesso invece t’interessa solo rimanere amica, riprenderti le tue cose e non fare più scenate. Vuoi la dissolvenza, la chiusura col sorriso, il finale di Hollywood, i titoli di coda con i ringraziamenti, così poi ti potrai buttare a capofitto nel tuo prossimo film, senza sensi di colpa…
«Bene. Marzo è stato un buon mese…»
«Sono contenta. E poi distrarsi fa bene, non trovi?»
Questa te la potevi risparmiare, stronza! Chi vedi adesso? Ci dev’essere qualcuno, lo so. C’è sempre qualcuno, quando si cambia in questa maniera. Un po’ stronza lo sei sempre stata, ma mai così. Chi è? Un collega? Uno che hai incontrato in palestra? Uno che t’inforca dopo lo spinning?
«Si. Cerco di non pensarci, sai com’é…»
Patetico. No, non fare il patetico adesso. Ce l’hai quasi fatta. Tra poco arriva il bus, la saluti e te ne vai. Non tornare sull’argomento, altrimenti sei fregato…
«Vedi qualcuno?»
Ma perché non te ne stai un po’ zitta, troia! Si, vedo te, tutti i giorni, nella mia testa, ti guardo chiudendo gli occhi, vedo i tuoi capelli sparsi sul cuscino, le tue labbra che mi accarezzano, la tua lingua che gioca. Vedo sempre e solo te, capito… stronza!
«No, solo i miei amici, ogni tanto. Domenica andiamo a pescare.»
«Dove?»
«In montagna…»
«Bello…»
Ma che fine hai fatto autobus di merda! Sei in ritardo di sette minuti. Vuoi vedere che la corsa è saltata. Se è così mi tocca a farmi torturare per un altro quarto d’ora.
«Sai, io vedo qualcuno… Volevo dirtelo, perché mi piace essere sincera.»
Che sorpresa! Ma davvero?
«Sai che ci tengo alla nostra amicizia…»
«E se ti spingessi sotto l’autobus, che ne diresti?»
Troppo tardi. La frase mi esce senza pensarci. Perché sapete, a volte la linea che divide l’immaginazione con la realtà è talmente sottile…
Lei strabuzza gli occhi, rimane in silenzio, forse ha anche un po’ di paura. In quell’istante la vedo sotto una nuova luce, vulnerabile e stronza. Qualcosa ricomincia a battere dentro il petto. Il cuore è un muscolo strano. È come la coda delle lucertole. Lo puoi buttare nel tritacarne, ma quello ricresce, e torna a pulsare, più forte di prima.
«Guarda, quello è il tuo autobus. Ti aspetto domani per la roba. Ciao…»
Lei risponde con un timido ciao, sale sull’autobus e si dilegua.
La verità, specialmente la più crudele, può fare miracoli!

GM Willo 2009

mercoledì 14 ottobre 2009

L'ISOLA DEI RICORDI


Nel mare si perdono i ricordi. Quelli più belli vengono subito trascinati al largo dalle correnti. Poi si depositano sui fondali, a fare compagnia alle razze e ai cavallucci marini.
Un dio mi disse che se avessi saputo trovare il posto giusto, avrei potuto ripescarli. Tutto quello di cui avevo bisogno era una canna da pesca ed una buona esca.
Così m’imbarcai sul peschereccio di capitano Arsella, un tipo davvero strano. La sua ciurma era la più ubriaca del porto. Prima di prendere il mare i marinai facevano un triplo giro di Grog, e alla fine di ogni turno spettava a tutti una razione extra. Per questo motivo il peschereccio di capitano Arsella era quello che si spingeva più a largo, ed io volevo proprio andare il più lontano possibile, laggiù dove dimorano i ricordi più belli.
Ma a quel vecchio burlone che siede sul bagnasciuga dell’universo, non manca certo il senso del buonumore. Gli venne in mente di mandarci addosso una tempesta coi controfiocchi.
L’equilibrio precario della ciurma, dovuto allo smodato uso di alcolici, compensava il movimento delle onde. Perciò procedevamo dritti come fusi, mentre le alte onde ci sovrastavano.
Nonostante il nostro bell’andare, il timoniere non poté evitare l’iceberg. Non riuscì neanche a capire se fosse solamente uno. Infatti in principio urlò che erano due, e poi ne vide addirittura tre. Ma vi posso assicurare che fu solo uno l’iceberg che ci colpì.
L’impatto distrusse completamente il peschereccio, ed io mi ritrovai ad annaspare nel gelido mare come una gattina spaurita. Intravidi il capitano Arsella avvinghiato all’ultima botte di rum, e parte della ciurma che si dimenava nell’acqua cercando di raggiungerlo. Poi riuscii ad afferrare un pezzo dell’albero maestro e a tirarmi fuori dall’acqua.
Come sono strane le correnti… A volte sottostanno a strani disegni. Da una parte i marinai, issatisi su una scialuppa di salvataggio, vennero trasportati nella direzione dalla quale eravamo arrivati. Io invece venni trascinata dalla parte opposta.
Sarei sicuramente finita assiderata se non ci fosse stato quel piccolo isolotto. Già, perché circondati da quel buio pesto (mi ero dimenticata di dirvi che era notte!), nessuno si era accorto che lì vicino spuntava dal mare una piccola striscia di terra. Le onde mi trascinarono sulla sua riva ghiaiosa e, arrancando nell’oscurità, riuscii a trovare un riparo; una grotta. Trascorsi una notte umida e fredda, ma il mattino dopo il sole splendeva bello, e i miei vestiti si asciugarono subito.
Decisi di esplorare l’isola, ma non c’era molto da scoprire. Era poco più di uno scoglio in mezzo al mare, sul quale crescevano solo delle sterpaglie pungenti. Incominciai a disperare. Non avevo neanche la mia canna da pesca, quella che mi ero portata dietro per catturare qualche bel ricordo.
Ma all’improvviso vidi un gabbiano posarsi su uno scoglio vicino a me. Mi disse: «Che ci fai tu qui?»
Io lo guardai meravigliata. Toh, un gabbiano parlante!
«Ma tu parli?» gli dissi.
«Perché, non si può?» e mi venne da ridere…
«Da dove vieni?» mi domandò l’uccello.
«Sono una naufraga. Ero sul peschereccio di capitano Arsella. Lo conosci?»
«Certo! Un vecchio briccone, mi deve ancora sedici pezzo d’argento. Ma io so come fargli saldare il debito…»
«Come?»
«Quando i marinai sono sbronzi, atterro vicino alle reti e mi abbuffo di merluzzini.»
« E perché ti deve sedici pezzi d’argento?»
«Ah, è una lunga storia, e non ha molto a che fare con questa. Perciò pensiamo a non annoiare i lettori e andiamo avanti.»
«Giusto!»
«Vuoi sapere perché riesci a parlare con un gabbiano? Beh, o sei annegata insieme ai marinai di capitano Arsella (ma sono sicuro che lui è riuscito a salvarsi perché, come ti ho detto, è per davvero un vecchio briccone, e ne sa una più del diavolo!) e adesso appartieni a una storia in cui i gabbiani parlano, oppure sei arrivata sull’isola dei ricordi.»
«E tu cosa pensi?» domandai confusa.
«Beh, tutte e due le cose! Sei annegata e hai raggiunto l’isola dei ricordi.»
«No, non posso essere annegata, altrimenti non potrei scrivere la storia che sto scrivendo.»
A questo punto il gabbiano si fece perplesso. Guardò un attimo verso l’orizzonte, distratto da alcuni pescetti volanti.
«Mi spiace, ma è l’ora della colazione. Devo andare.»
«Ma non puoi lasciarmi così!» gli gridai, mentre dispiegava le ali e prendeva il volo.
Ero di nuovo sola e ancora più avvilita che mai. Non mi piaceva l’idea di essere annegata. No, non mi andava proprio per niente.
Tornai alla spiaggia di ghiaia, praticamente a qualche metro da dove il gabbiano aveva spiccato il volo. Tengo a precisare che l’isola non era più grande di un piazzetta di paese. A parte quei dieci metri di riva sulla quale ero naufragata, era circondata da scogli. La grotta dove avevo passato la notte non era altro che una rientranza di un scoglio più grande.
Mi sedetti su quel tappeto di sassolini ed incomincia a gettarli uno ad uno nel mare. Ploc, ploc, ploc…
Fu così che i ricordi cominciarono ad arrivare.
Trasportati dalle onde, vidi mia madre e mio fratello, nel giorno del suo quarto compleanno. La giostra con i cavalli bianchi e lo zucchero filato. Il gatto della vicina di casa che aveva fatto i cuccioli, undici piccini un po’ grigi, un po’ neri e uno rosso.
Venne un’altra onda. Era il ricordo di mio nonno, quando mi portava fuori in barca a pescare. Tornavamo al tramonto, e ci fermavamo ogni volta sugli scogli a guardare il sole fermo sopra l’orizzonte. Lui mi diceva: “Vedi tesoro, quello è l’occhio di dio!”
Poi ricordai mio padre, che mi abbracciava forte. Il treno fischiava, la mamma piangeva, e c’era un gran via vai di gente. Partiva per la guerra, ma era un viaggio di sola andata.
«Perché piangi?»
Era tornato il gabbiano e si era appollaiato accanto a me. Nel becco stringeva un pesciolino che si dimenava forsennatamente.
«Piango perché ricordo… Finalmente!» risposi.
Allora il gabbiano divenne mio padre. Era sempre stato mio padre.
«Si è davvero salvato capitano Arsella?» gli chiesi.
«Si tesoro. Sopra quella botte di rum…»
Ed insieme ridemmo fino a quando il sole si spense.

Aeribella Lastelle - 2008

giovedì 8 ottobre 2009

L'EVOLUZIONE DEL CIGNO

«Prima volta?»
«Si vede?»
«Beh, col passare dei secoli ho allenato l’occhio.»
«Secoli, dici? A quale cerchio appartieni?»
«Ventitreesimo, la quinta volta nella forma di cigno. Un bel vivere, dopotutto…»
«In effetti… Si ha tutto il tempo che si vuole per accordarsi con la Sinfonia.»
«Assolutamente! Vedrai, ne rimarrai sorpreso…»
«Quindi mi aspettano almeno altre quattro esistenze di questo tipo….»
«Dipende… Potresti accelerare i tempi, e diventare farfalla.»
«Parli del venticinquesimo cerchio, vero? Cosa c’è oltre?»
«Chi può dirlo… Le stelle, forse…»
Un uomo scattò una fotografia dal bordo della vasca.
«Ti ricordi quando eravamo uomini?»
«Quanto eravamo primitivi…»
«Eh già!»